Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Confidarsi o non confidarsi, ma soprattutto…con chi?

Ci sono periodi in cui l’esistenza ci mette alla prova e siamo costretti, malgrado noi,  ad affrontare sofferenze più o meno grandi, per motivi più o meno razionalmente validi. Possono essere momenti transitori, particolarmente delicati, come un cambiamento importante nella vita, una perdita affettiva o economica o di autostima, difficoltà di relazione e comunicazione, un senso di disorientamento e indecisione, lo stress che si accumula giorno dopo giorno. Ma può trattarsi anche di questioni molto più gravi e traumatiche: incidenti, malattie, violenze, lutti, shock, situazioni che bloccano il normale corso della vita e “congelano” le emozioni e le risorse interiori. Oppure, non sappiamo perchè, ma i nostri pensieri creano nella mente vortici continui da cui non riusciamo ad uscire, forse per anni, senza darci tregua. O non sappiamo gestire emozioni troppo forti e disturbanti: paura, panico, rabbia, gelosia, invidia, tristezza, disgusto, svalutazione di sè o degli altri, senso d’ impotenza, solitudine, “anestesia”, mancanza di voglia di vivere.

Sono tutte situazioni che richiedono un aiuto specialistico e in cui la ricerca di un supporto nelle normali interazioni quotidiane, può rivelarsi deludente se non addirittura controproducente.

Viviamo in una società caratterizzata da tempi sempre più rapidi e impegni sempre più pressanti. E’ facile sentirsi soli, chiusi, senza sostegno. In famiglia rimangono brevi ritagli di tempo per comunicare e spesso, i pochi momenti di relax della giornata vengono tascorsi davanti alla televisione.  In certi casi marito e moglie preferiscono addirittura non parlarsi piuttosto che litigare. I bambini piccoli devono trascorrere la maggior parte del tempo con figure sostitutive o davanti a cartoni animati. Gli adolescenti non si sentono compresi nella loro fase di crescita e cambiamento e tendono a chiudersi in se stessi o a cercare modelli di riferimento non sempre utili e “salutari”.

Creare amicizie importanti e profonde non è facile, spesso è più semplice condividere con gli amici momenti spensierati e divertenti, senza appesantirli con i nostri problemi.

I rapporti con i colleghi possono essere “inquinati” da sentimenti di competizione e rivalità, o semplicemente l’ambiente di lavoro non è il contesto migliore in cui affrontare questioni personali.

Dunque: che differenza c’è fra una conversazione normale, quotidiana e una professionale in un contesto di counseling?

Innanzitutto la relazione di counseling ha uno scopo, anzi, più scopi, ed è caratterizzata da una struttura connessa ad una strategia. Consente alla persona che la richiede, di avere uno spazio e un tempo regolare e rallentato per poter riflettere su di sè e su ciò che si è presentato come un problema. Permette di contattare autenticamente emozioni profonde, a volte persino nascoste a se stessi o rinchiuse in piccoli angoli della mente o del corpo. E con l’aiuto e il sostegno di una persona professionalmente preparata, è possibile tradurre le emozioni in significati e rintracciare il filo di un discorso interiore importante, far emergere la trama di una storia unica e speciale…insomma, riprendere a vivere con più connessione e consapevolezza di sè.

La comunicazione nelle interazioni quotidiane, lo scambio di idee, la semplice conversazione, con chi fa parte normalmente della nostra vita sociale, può essere senz’altro piacevole, utile e arricchente. Però in certi casi, quando le questioni da affrontare sono dei veri e propri “pesi” anche per noi, allora si possono presentare dei limiti, delle vere e proprietrappole.

Ad esempio: riesco ad esprimermi completamente? Posso essere autentico nel descrivere quello che provo? Trovo comprensione rispetto alle mie idee? Il mio ascoltatore comprende il punto essenziale di quello che dico?

Vediamo allora quali sono le “trappole” più comuni:

1. LE INTERRUZIONI FREQUENTI

“So cosa vuoi dire”, “E’ successo anche a me”, “Ma veramente?!”, “Lasciami dire che…”.

Chi ci ascolta interviene prima che abbiamo avuto la possiblità di esprimerci completamente. Forse non se ne rende conto, forse non riesce a trattenersi o  non vuole dimenticare quello che gli è venuto in mente mentre stavamo parlando, o gli fa piacere dimostrare partecipazione oppure, al contrario, cerca di minimizzare.

Bene se questo atteggiamento è occasionale, ma se si verifica troppo spesso, può generare senso di incomprensione, amarezza o adirittura offesa.

2. IL RUBARE LA SCENA

“Davvero? Mi è successa la stessa cosa l’altro giorno, pensa che…”, “So cosa vuol dire, io di solito in questo caso faccio così…”, “Lascia che ti racconti cos’è successo a me…”

L’intenzione può essere buona: quella di farci star meglio facendoci capire che non siamo gli unici ad aver avuto un certo tipo di esperienza, in un certo senso “mal comune, mezzo gaudio”.  Ma in realtà, in questo modo, chi ci ascolta non ci permette di avere tutta l‘attenzione necessaria per chiarire a noi stessi e a lui, quello che è successo e ciò che proviamo.

3. L’ OPPOSIZIONE

“Assurdo!”, “Ridicolo!”, “Sei fuori di testa!” “Dimmi che non lo pensi veramente!”.

Ci sono persone dalla mentalità rigida, fondata sui concetti di “giusto” e “sbagliato”, “vero” e “falso”, “corretto” e “scorretto”. Non riescono a tener conto della complessità e variabilità del reale, dell’esistenza di un’intera gamma di sfumature nell’esperienza umana. Vedono una sola strada per giungere ad una soluzione, quella proposta da loro stessi, mentre ritengono che tutti gli altri possibili approcci abbiano risvolti negativi. Perciò non riescono ad ascoltare con rispetto fino alla fine un punto divista diverso dal proprio.

Nonostante l’ immancabile buona intenzione, quella di evitarci brutte esperienze, questa modalità di ascolto è assolutamete controprducente: induce la persona a nascondere i suoi reali pensieri ed emozioni, rafforza la distorsione della percezione di sè, crea una “maschera” più o meno falsa. E soprattutto ci blocca nella capacità creativa di trovare una soluzione.

4. IL NEGARE L’IMPORTANZA

“Lascia perdere!”, “Non vale la pena di prendersela!”, “Che esagerato!”, “Sei troppo sensibile!”, “Ma non ci pensare!”, “Pensa positivo!”, “Ci sono ben altri problemi!”.

Chi ci dice così lo fa sicuramente per il nostro bene, cerca di distrarci dal problema e alleggerirne il peso. Ogni tanto questa strategia può essere anche utile, se però chi ci ascolta nega sistematicamente i nostri vissuti, allora facilmente genererà in noi un senso di isolamento e confusione rispetto al nostro stesso sentire. Chiusura, repressione, estraneità, sensazione di non poter essere se stessi, sono i più probabili esiti di questa modaltà di ascolto.

5. LA DENIGRAZIONE

“Sei pazzo!”, “Sei un debole”, “Che imbecille!”, “Idiota!”

Spesso questi commenti denigratori arrivano da persone che a loro volta hanno subito lo stesso tipo di trattamento in qualche circostanza della loro vita e diventano così sprezzanti verso gli altri: è un circolo vizioso. Solitamente l’intenzione non è quella di distruggere la nostra autostima ma quella di farci tenere “i piedi per terra”o rimetterci sulla “giusta via”. E invece la maggior parte delle volte l’effetto è negativo: distrugge la fiducia nell’ascoltatore e in noi stessi, ci umilia, danneggia la nostra capacità di pensare a possibili soluzioni e di prendere decisioni.

6. IL SARCASMO

“Certo solo a te poteva succedere!”, “Credi di essere speciale?”, “Se vuoi evitare certe situazioni perchè non fai l’eremita?”, ” Tipi come te sono ben strani!”, “Dai, scendi dal piedistallo!”.

Il sarcasmo per certi versi è simile alla denigrazione, però fortunatamente chi lo utilizza ha, in più, senso dell’umorismo, creatività, arguzia, desiderio di sdrammatizzare.

In certe situazioni può essere utile e divertente, ma quando le questioni sono serie, il sarcasmo può aggiungere ulteriori elementi di pesantezza e svalutazione, o può agganciarsi a ferite del passato generando sfiducia, amarezza, solitudine.

7. LE PREDICHE MORALISTICHE

“Te l’avevo detto!”, “La prossima volta stai più attento!”, “Avresti dovuto immaginarlo!” “Sapevi a cosa andavi icontro!”, “Avresti dovuto comportarti diversamente!”.

Sono tutte espressioni moralistiche che hanno lo scopo di farci riflettere su quali siano i comportamenti moralmente più corretti o gli atteggiamenti più prudenti.

Ma “fare la morale” è un modo per imporre i propri valori agli altri, interrompe il dialogo, instilla un senso di colpa spesso improduttivo.

8. I CONSIGLI PREMATURI

“Da’ retta a me…” “Lascia che ti dia un consiglio…”, “Dovresti…”, , “L’unico modo per venirne fuori, secondo me è…”.

Questa è la trappola generalmente più frequente nella conversazione quotidiana. Il problema non sono i consigli in sè, ma la loro intempestività.

Spesso, nell’aprirci gli altri, non siamo alla ricerca di un consiglio, o per lo meno non in maniera immediata. Abbiamo bisogno principalmente di essere ascoltati per alleviare la tensione e chiarirci i diversi aspetti del problema. Al contrario, chi ci ascolta può presupporre erroneamente che abbiamo bisogno di una soluzione urgente e tende a fornircela subito, interrompendo così bruscamente un processo importante. C’è un tempo per contattare la sofferenza e scaricare le emozioni, c’è un tempo per comprendere il problema mentalmente e c’è un tempo per la ricerca della soluzione. Sono fasi importanti  che devono essere rispettate senza interrompere, senza dare consigli prematuri, senza far deviare la comunicazione.

9. L’ESPRESSIONE NON VERBALE NEGATIVA

Scuotere la testa in segno di “no”, assumere un’espressione di disappunto, aggrottare la fronte con aria scettica, sollevare lo sguardo mostrando esasperazione.

Studi sulla comunicazione umana affermano che almeno il 50% dell’impatto di un messaggio proviene dalle sue componenti “non verbali”.

Per rivelare i nostri aspetti profondi abbiamo bisogno di sentirci al sicuro. Se, mentre stiamo parlando, il nostro interlocutore esprime commenti inadatti attraverso espressioni fisiche non verbali, possiamo sentirci non creduti, giudicati, sbagliati. Il suo influsso negativo può durare per ore o giorni e spesso agirà al di sotto della chiara consapevolezza producendo in noi un senso di insicurezza ancora più dannoso.

In conclusione: non rimaniamoci male se i nostri familiari o amici o conoscenti non dovessero riuscire ad avere sempre la migliore reazione di fronte alle nostre confidenze di problemi o sofferenze. Nella maggior parte dei casi non sono preparati per questo. A volte e’ meglio non caricarli di troppe aspettative e piuttosto darsi la possibilità di riflettere se sia il caso di contattare un professionista. Potrebbe essere più facile e utile di quello che si pensi, potrebbe essere la mossa giusta per evitare le trappole della comunicazione quotidiana!

FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

l'ascolto profondo

 Jerome Liss, L’Ascolto profondo, ed. La Meridiana, Molfetta (BA), 2004


LissJerome Liss: psichiatra e psicoterapeuta statunitense, ha studiato medicina all’ Abert Eintein College of Medicin e psichiatria ad Harvard University, Boston. E’ stato fondatore e direttore della Scuola Italiana di Biosistemica e ha condotto gruppi di formazione in psicoterapia in Europa. Tra le sue pubblicazioni: La comunicazione ecologica (ed. La Meridiana, 2005) e Apprendimento attivo (ed. Armando, 2000).

 


 

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