Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Senti che fuori piove…che bel rumore – Il trauma psicologico e i suoi sintomi

Avrei voluto cominciare questo secondo articolo sul trauma, citando il testo di una canzone che mi è cara, “Sally” di Vasco Rossi:

“…ed un pensiero le passa per la testa,

forse la vita non è stata tutta persa,

forse qualcosa si è salvato,

forse davvero non è stato poi tutto sbagliato,

forse era giusto così,

forse…ma forse…ma sì!”


Il suo testo mi ha permesso, spesso, di immaginare, di sentire, lo stato d’animo, le emozioni, i pensieri, di chi ha avuto un percorso esistenziale traumatico, e pur tuttavia riesce a realizzare che non tutto è andato perduto e che è possibile ritrovare se stessi, più profondi e più ricchi, anche dopo una vita difficile e sofferta.
Avrei voluto, dicevo, iniziare da qui, da questa questa canzone. Ma non è più necessario.
Nel frattempo,

covid

chi l’avrebbe mai detto, è intervenuto un microscopico virus, un’infinitesimale sequenza di RNA senza vita propria, l’ormai tristemente famoso Covid19 a “cambiare musica”e a far capire a tutti, chi più chi meno, cosa significhi attraversare una situazione traumatica.
Perchè, come sottolinea giustamente Massimo Recalcati Recalcati
in un’intervista visibile su Youtube, “Un trauma, nella vita psichica individuale e nella vita collettiva, è un evento che mette sottosopra l’ordine abituale delle cose, la nostra rappresentazione del mondo. E’ uno spartiacque nello scorrere ordinario del tempo, è un’irruzione imprevista che perturba e sconvolge il quadro normale della realtà. Ed è qualcosa di fronte al quale non abbiamo difese, qualcosa di inimmaginabile e imprevedibile che ci coglie impreparati a rispondere.”.
E, aggiungo io, un trauma è un evento che minaccia profondamente la nostra sopravvivenza, fisica o psicologica, esponendo noi o le persone a cui siamo affettivamente connessibosh1
(quelli che sono stati definiti come “i congiunti”, più o meno) alla morte, vera o immaginata, innescando reazioni di allarme e preparazione alla difesa, che coinvolgono gli strati più profondi del nostro cervello, ma anche tutte le componenti biochimiche del nostro organismo.
E chi può dire di non essere stato toccato profondamente dalla pandemia che ci ha coinvolti, per non dire travolti?

pandemia
Non escludo, anzi, so per certo, che molti possono aver vissuto anche i lati positivi di questa irruzione senza preavviso del coronavirus: il piacere di vedere la natura che si rigenerapapere
e si riprende i suoi spazi, la possibilità di riposarsi da lavori stressanti, alienanti o estenuanti, l’emergere di un senso di condivisione e appartenenza sociale, una maggiore intimità con se stessi, e altro ancora.
Come fa notare Recalcati, il trauma ci obbliga a risvegliarci, ci scuote da un sonno della coscienza in cui eravamo immersi senza rendercene conto, e questo è senz’altro utile e positivo.
Ma chi può dire che la propria rappresentazione di sé e del mondo non sia stata scossa alle radici? E quanti, purtroppo hanno dovuto attraversare direttamente o indirettamente, lutti, sofferenze, angosce per la salute fisica o per la possibilità di sopravvivenza economica, propria o dei propri cari?
Nel precedente articolo ho spiegato come tutti, a livello psicologico, chi più chi meno, siamo equipaggiati di capacità di autodifesa e resilienza, che permettono alla nostra struttura psichica di riprendere la propria forma e funzione dopo aver incontrato eventi stressanti nella nostra vita.
Tuttavia, come una molla è capace di ritrovare la propria conformazione, ma se stirata oltre un certo limite, rimane alterata perdendo le proprie caratteristiche peculiari,equilibrista1
così la psiche, sottoposta ad eventi che oltrepassino la propria capacità di tolleranza, si destruttura e ricompone in forme dissociative, utili alla sopravvivenza ma anche portatrici di varie forme di disfunzionalità e sintomatologie più o meno gravi. Con il rischio di rendere la vita, citando Vasco,

tutto un equilibrio sopra la follia”.

Ed è in particolare di queste disfunzionalità, di questi sintomi, che accompagnano la dissociazione strutturale della psiche, che desidero parlare in questo nuovo articolo.
Come già anticipato in quello precedente, Dalla molla al mandarino, mi riferisco principalmente alle ricerche e alle teorie di Onno van der Hart, Ellert R. S. Nijjenhuis e Kathy Steele, autorevoli esperti in psicotraumatologia, i quali, a loro volta, si sono ispirati a Pierre Janet, famoso ai tempi di Freud per i suoi studi sull’isteria, oltre che ad altri contributi su questo argomento di autori successivi.
Si tratta di teorie, frutto di decenni di osservazioni e studi, che possono permettere di comprendere e curare, quindi restituire ad una vita serena, anche persone sopravvissute a trascuratezze e ad abusi cronici nell’infanzia o adulti traumatizzati da singoli o molteplici eventi, come ad esempio violenze fisiche, psicologiche o sessuali, incidenti, disastri naturali, attacchi terroristici, guerre, torture o gravi privazioni.
Secondo la teoria della dissociazione strutturale,

mandarino2

in seguito a condizioni traumatiche, nella psiche si crea un’enorme barriera tra diverse parti della personalità, con il risultato che ognuna di esse perde la possibilità di accedere simultaneamente alla coscienza e alla memoria. Un po’ come gli spicchi di un mandarino, si potrebbe dire.
Ne consegue un’alterazione del funzionamento coerente e coeso della persona nel suo complesso.
Tale barriera dissociativa separa una parte della personalità, che appare relativamente ben adattata alla vita quotidiana (che gli autori chiamano ANP, Apparently Normal Personality), da una o più parti fissate ad eventi traumatici, legate ad emozioni troppo forti e a sensazioni e pensieri troppo disturbanti, per essere accolte pienamente (EP, Emotional Personality).
E, come descritto nel precedente articolo, a seconda delle parti della personalità non integrate, che variano in base al numero, alla frequenza e all’intensità dei traumi vissuti, è possibile distinguere varie tipologie di dissociazione strutturale, diagnosticabili con differenti quadri di sofferenza psichica.
Nelle forme più lievi, ANP è di gran lunga “l’azionista di maggioranza”, e quindi rappresenta la maggior parte della personalità. Dunque la persona riesce a funzionare in modo abbastanza normale, con una parte emozionale dissociata, relativamente dormiente o latente, con l’unico problema di non riuscire ad integrare il materiale traumatico ed essere perciò meno efficiente e capace di quanto potrebbe.
In altri “sopravvissuti”, invece, il quadro è molto più grave e il funzionamento della persona risulta deteriorato in modo generalizzato. Si può arrivare addirittura a forme di dissociazione in cui la persona percepisce allucinazioni uditive e non ha più controllo sulle manifestazioni sintomatiche.
Comunque, sia nei casi lievi che in quelli più gravi,

mondi

ANP ed EP sono come due mondi che non possono e non devono venire a contatto, anche perchè hanno un senso di sé e finalità completamente diverse.
Infatti, mentre la parte apparentemente normale della personalità continua ad impegnarsi nella gestione della vita quotidiana, contemporaneamente le parti emozionali cercano di evitare situazioni e memorie traumatiche e sono fissate a sistemi d’azione che erano stati attivati al tempo della traumatizzazione, come ad esempio, ipervigilanza, attacco, fuga, rigidità difensiva, analgesia, anestesia, collasso o sottomissione (“fight, flight, freeze and submission”, le tipiche reazioni che si innescano, in caso di minaccia per la sopravvivenza, anche nel mondo animale).


E se, normalmente, esiste un coordinamento tra i sistemi deputati a regolare la vita quotidiana, con quelli che servono a scopo difensivo, invece, nella dissociazione strutturale questa coerenza non esiste e le diverse parti della personalità sembrano avere identità diverse e disarmoniche.
Cosicchè, quando la persona funziona con la propria parte apparentemente normale (ANP), riesce ad affrontare i compiti della vita di tutti i giorni, sia pratici, che psicologici, che sociali, evitando i ricordi traumatici per concentrarsi sulle questioni della quotidianità. Al contrario, quando funziona in modalità emozionale (EP), risponde alle minacce percepite a cui quella parte della psiche è ancorata, mettendo in atto reazioni emotive e fisiche primitive, ereditate dall’evoluzione a scopo difensivo.
La dissociazione della psiche, oltre a ridurre la disponibilità di energie e di risorse per gestire la quotidianità,

incubi

fa sì che la consapevolezza di sé della persona, normalmente unitaria e coerente, subisca frequenti intrusioni sotto forma di memorie traumatiche, flashback, incubi, somatizzazioni, cosa che rende instabile il proprio senso d’identità.
E la natura eccessivamente intensa delle emozioni traumatiche non è d’aiuto, anzi,

rabbia1

più viene espressa più la persona va fuori controllo e ne viene soppraffatta, con effetti deleteri sulla propria realtà personale e relazionale.
In alcune situazioni, addirittura, ANP può essere completamente disattivata dalla piena attivazione di EP, situazione che viene definita “switch” o “cambio di stato”.
Ma in generale, quello che si riscontra più spesso nelle persone che hanno subito esperienze traumatiche è il manifestarsi di molteplici sintomi. Ad esempio gravi alterazioni nella regolazione degli affetti e degli impulsi, ansia, irritabilità e costante stato di allarme, alterazione della percezione di sé nella relazione con gli altri, disturbi dell’attenzione e della coscienza, tendenza alla somatizzazione, stanchezza cronica, insonnia, depressione, sentimenti di sfiducia pervasivi, spinte autodistruttive o intensi sentimenti di inutilità e disperazione.
Inoltre è tipico che i vissuti traumatici, immagazzinati nelle parti dissociate della personalità, causino diversi tipi di fobie

fobia

invalidanti e convinzioni patogene. Come ad esempio: fobia delle emozioni di vicinanza o, al contrario, fobia delle emozioni di separazione e perdita, fobia nei confronti di qualsiasi situazione o stimolo collegato al ricordo dei traumi, fobia che ogni parte dissociata può avere per le emozioni, gli impulsi, i desideri delle altre parti, o la fobia dell’esperienza coesa di sé.
Quando un “sopravvissuto”, attraverso il meccanismo della generalizzazione, associa un numero sempre maggiore di stimoli all’esperienza e al ricordo del trauma, può iniziare a temere e ad evitare una parte sempre più grande della propria vita esterna, ma anche di quella interna, vissuta come minaccia all’integrità del senso di sè. E dunque può arrivare ad evitare e a sviluppare ansia per qualsiasi emozione, sensazione, pensiero o fantasia che sia consapevolmente o inconsapevolmente associato all’esperienza traumatica originaria.
La fobia dei propri contenuti mentali è particolarmente invalidante perché produce uno stato d’animo costante di pericolo interno e la sensazione di non potersi fidare nemmeno di se stessi.
E’ tipico che differenti parti della personalità sperimentino fobie opposte. Ad esempio la fobia dell’attaccamento,

borderline

che porta ad evitare livelli maturi di intimità, è spesso accompagnata, in modo paradossale, da un’ ugualmente intensa fobia della perdita, con oscillazioni che possono portare al ben noto modello borderline del “ti odio – vai via/ti prego, non lasciarmi”, o a comportamenti disperati che spingono la persona a mettersi in contatto a tutti i costi con gli altri, sentendosi vulnerabile alla solitudine, all’abbandono o al rifiuto.
Spesso i sopravvissuti hanno anche difficoltà a percepire la realtà. Non hanno piena consapevolezza che il passato non è presente e il futuro non è necessariamente la ripetizione del proprio terribile passato.
Infatti ANP, la parte apparentemente normale della personalità, ha vari gradi di amnesia riguardo agli eventi traumatici, e può arrivare addirittura a negarli totalmente. Oppure può riconoscere le esperienze traumatiche ma avere la sensazione che non siano successe proprio a lei.
Invece EP, la parte emozionale,

soldato

essendo ferma nel passato, ad età precedenti, ed essendo isolata dalle esperienze successive che la persona può aver avuto, non riesce a riconoscere che la traumatizzazione è terminata e rimane immersa in essa. Un po’ come un soldato in trincea, troppo ben nascosto perchè gli possa giungere la notizia che la guerra è ormai finita.
Nelle persone traumatizzate è anche frequente osservare il comparire di azioni di livello inferiore (cioè semplici e automatiche),

alcolismo

come abuso di sostanze, dipendenza da attività compulsive, atti autolesivi, isolamento o, al contrario, ricerca compulsiva di contatto. Tutte attività che hanno lo scopo di alleggerire il dolore emotivo e di distrarre dalle memorie traumatiche
Oppure possono manifestarsi azioni di livello superiore (cioè pi

dubbio

ù complesse e articolate), ma altrettanto disadattive. Come ad esempio il fermarsi a pensare quando invece sarebbe necessaria una reazione immediata per sottrarsi rapidamente a un pericolo imminente, o il prevalere della razionalità rispetto a spontaneità e naturalezza nelle situazioni in cui sarebbero appropriate.
Un esempio di riduzione di consapevolezza della propria vita interiore, è anche la difficoltà nella percezione di stimoli o emozioni sgradevoli, la diminuzione nella percezione del dolore e una particolare lentezza rispondere agli eventi esterni che può raggiungere addirittura lo stato di catatonia.
Non è infrequente, infatti, che le persone traumatizzate abbiano difficoltà

esaurimento2

nel rendersi conto di quando sono stanchi, affamati, stressati, soli o tristi. Ed essendo incapaci di sentirlo e di prenderne coscienza, risultano altrettanto incapaci di cercare rimedio a questi stati, sotto forma di riposo, cibo, vicinanza, aiuto, ecc. In casi estremi, possono addirittura perdere interesse per se stessi e non riuscire a prendersi adeguatamente cura di sè.
Le persone che hanno vissuto situazioni traumatiche spesso ricorrono ad azioni mentali sostitutive, cioè a difese psicologiche, come la negazione, la proiezione, la scissione o come tutti quegli agiti (azioni impulsive, compiute in preda all’agitazione o agiti autolesivi) che sostituiscono la capacità di fermarsi, di sentire, di riflettere e pianificare.
Una forma piuttosto negativa di difesa dal trauma

abuso2

può essere anche l’identificazione con l’aggressore, che può spingere alcune persone a mettere in atto le violenze subite, a loro volta, su altre persone, agendo come se fossero loro stessi gli abusanti anziché gli abusati, in un circolo vizioso senza fine.
Purtroppo la vita di chi ha subito traumi ed abusi, può diventare una continua lotta, come se fosse perennemente in fuga da un passato terrificante e doloroso che lo perseguita, sempre al limite dell’esaurimento, o boccato nella paura, nel terrore, nell’autosvalutazione e nella disperazione.
Anche perchè, a volte, per esempio nei casi di abuso familiare, specialmente in quello infantile, il suo ambiente continua ad includere proprio gli autori delle violenze o delle trascuratezze che ha vissuto.
Allora è facile comprendere come l’unica strada percorribile psicologicamente, sia quella di evitare mentalmente un passato irrisolto e doloroso, mantenendo, per quanto possibile, una facciata di normalità. Tuttavia, una persona traumatizzata, anche quando riesce a nascondere a stessa e agli altri la verità più profonda, continua a portare dentro di sé una grave sofferenza ed è frequentemente esposta alle irruzioni delle memorie traumatiche e ai sintomi a queste connessi.
Dal momento che le loro esperienze sono complesse e fuori dal comune, alle persone traumatizzate è particolarmente difficile, se non impossibile, tradurle in parole e condividerle o addirittura queste risultano spaventose da rappresentare mentalmente persino a se stessi. Motivo per cui i “sopravvissuti” cercano di ridurre le possibilità di essere conosciuti dagli altri, e tendono a non condividere informazioni personali, per timore di essere giudicati o respinti o non creduti, anche quando invece sarebbe possibile e utile farlo, il che riduce ulteriormente la possibilità di ricevere il necessario supporto.
Tutto questo crea nella persona una disconnessione dalle emozioni e dai sentimenti autentici, dalla consapevolezza di sé, dalla propria vita interiore. E non avendo intimità con se stessa, tanto più ha difficoltà ad entrare in intimità con gli altri. Perciò le persone traumatizzate tendono ad evitare i rapporti sociali, i legami affettivi e tutti quegli stimoli nelle relazioni capaci di far loro rivivere le sofferenze provate in passato e da cui sono state sopraffatte.
Un altro aspetto disfunzionale nella gestione della vita quotidiana è la difficoltà nel compiere le proprie azioni, sia quelle mentali che quelle comportamentali.

piano1

Cioè in pratica, le persone vittime di abusi, trascuratezze, traumi, possono riuscire a pianificare un’azione ma non ad iniziarla, o sanno iniziarla ma non terminarla, oppure possono rendersi conto che le loro azioni non hanno una qualità adeguata a quella richiesta o desiderata. E anche questo aspetto è una conferma del fatto che l’individuo non possiede sufficiente energia mentale o adeguate abilità da utilizzare per la propria completa riuscita.
Anche perchè, la carenza di energie psichiche a disposizione (in quanto perloppiù impegnate a scopo difensivo), sembra ostacolare l’individuo nella capacità di assimilare nuovi dati con cui imparare dall’esperienza ed evolvere.
Forse, a volte, non è facile capire che per la persona traumatizzata,anche attività che per altri sono del tutto normali (come ad esempio recarsi al lavoro, andare a fare la spesa, partecipare ad un incontro sociale e altro ancora), possono essere stimoli condizionati, “reminders”, da evitare a causa delle numerose fobie.


Il risultato è, in generale, una difficoltà nel vivere pienamente il presente, nel qui e ora, e la sensazione di non riuscire a progredire nella propria autorealizzazione, e di lasciare, invece, molte situazioni in sospeso, di “collezionare” esperienze frammentate e spesso fallimentari.
Insomma, concludendo, si può dire che il percorso esistenziale di una persona traumatizzata

avatar

non sia propriamente una passeggiata, ma un arduo cammino in un campo minato o quanto meno in un ambiente pieno di insidie e di nemici nascosti pronti all’aggressione.
Ora, se leggendo questo articolo, ti fossi riconosciuto, riconosciuta, almeno in parte, o ti fosse venuto alla mente qualcuno che conosci, sappi che non tutto è perduto.paracelso

Come diceva Paracelso, famoso medico e alchimista del Rinascimento, “la miglior cura è sempre l’amore”, e forse non c’è ambito più adatto a questa affermazione che quello di un animo sconvolto da un trauma.
In mancanza di questo (o anche insieme a questo)… beh…è possibile ricorrere anche ad un percorso psicologico e tornare a vivere serenamente, a progettare con fiducia il proprio futuro, ad assaporare il buono e il bello che la vita ha da offrirci, nel qui ed ora. E poter dire, come Sally:

“Senti che fuori piove…che bel rumore!”

sally

FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

fantasminelse

  • Van der Hart O., Nijenhuis E.R.S., Steele K., Fantasmi nel sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010
  • Janet P., Trauma, coscienza, personalità – scriti scelti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016
  • Myers C.S., Shell Shock in France 1914 – 1918, Cambridge University Press, Cambridge 1940

  • Panksepp J., Biven L., Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014
  • Panksepp J.,Kenneth I. D., I fondamenti emotivi della personalità. Un approccio neurobiologico ed evoluzionistico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020
  • www.aisted.it: Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione

  • www.estd.org: European Society for Trauma and Dissociation

  • www.estss.org: European Society of Traumatic Stress Studies

  • www.isst-d.org: International Society for the Study of Trauma and Dissociation

  • www.sisst.it: Società Italiana per lo Studio dello Stress Traumatico

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