Benessere, Psiche, psicologia, Wellness

I perchè della Mindfulness

Come abbiamo visto nel precedente articolo, la Mindfulness non è solo una moda passeggera ma è un’antica pratica proveniente dall’Oriente e studiata approfonditamente in Occidente.

Consiste semplicemente nello sviluppare, attraverso specifici esercizi, la capacità di focalizzare la mente sui propri contenuti, senza giudizio, senza censure, senza paure. E qualora si presentino delle distrazioni, nell’ esserne consapevoli e nel riportare gentilmente l’attenzione al proprio vissuto nel momento presente.

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Dunque, dov’eravamo rimasti?…Ad una domanda che può sorgere spontaneamente: ma come funziona la Mindfulness? Quali sono i meccanismi che la rendono efficace e utile psicologicamente e psicosomaticamente?

Una riflessione importante e dettagliata su questo punto è stata avviata da Bayern nel 2010, un ricercatore che ha proposto alcune spiegazioni a riguardo.

Innanzitutto la mindfulness incrementa la consapevolezza di sé e della vita quotidiana, ma soprattutto, consente di divenire più coscienti dei propri valori e di allineare i propri comportamenti a questi.

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Infatti, come abbiamo visto, allenandosi a consentire l’esistenza di vissuti anche sgradevoli e indesiderabili, senza necessariamente reagire, è possibile sviluppare una maggiore flessibilità psicologica e una migliore capacità di scelta.

Un altro fattore importante è lo sviluppo, grazie alla Mindfulness, di un atteggiamento di amichevolezza verso se stessi, di auto accettazione.

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Cioè permette di non colpevolizzarsi, non fuggire dalle esperienze interne o esterne difficili, non rimanerne intrappolati, ma di riuscire, invece, ad accoglierle, rafforzando la propria capacità di influire sulle direzioni della propria vita.

E tutto ciò si traduce, in sostanza, in una migliore abilità nella regolazione delle emozioni. Con questa espressione s’intende la capacità di determinare quanto farsi coinvolgere dalle proprie emozioni ed il modo di esprimerle. Un elemento che studi recenti, hanno messo in luce essere un fattore chiave nella salute mentale, dal momento che diverse forme di psicopatologia

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sembrano avere in comune proprio una compromissione, più o meno grave, nella capacità di modulare le proprie emozioni e la tendenza a mettere in atto strategie disfunzionali per evitarle. Strategie che possono avere anche un certo effetto a breve termine, ma che solitamente, a lungo termine, provocano un peggioramento delle condizioni.

Gli interventi basati sulla Mindfulness differiscono da altri modelli di trattamento per un punto molto importante: questa pratica oltrepassa tali strategie e meccanismi di difesa, e insegnando al paziente a notare le distrazioni e a non farsene coinvolgere, consente un confronto diretto con i propri vissuti disturbanti, aumentando così la capacità di tollerarli ed accoglierli nella sfera della coscienza.

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In tal modo le energie psicologiche della persona sono restituite al controllo dell’io e quindi le capacità di influenza della persona sulle direzioni della propria esistenza non possono che rafforzarsi.

Da un punto di vista neurofisiologico, si è riscontrato che la Mindfulness è in

neurofisiologia

grado di produrre cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello, come ad esempio un incremento dell’elaborazione cognitiva ed emotiva e miglioramenti nell’attenzione e nella memoria di lavoro (cioè nella memoria a breve termine). In sintesi, tutto questo si traduce in una migliore funzionalità psicologica e nella riduzione di sintomi.

Ma ci sono anche altri modelli esplicativi che, da punti di vista diversi, possono spiegare i benefici che la Mindfulness apporta.

Ad esempio, secondo la Teoria dei Sottosistemi Interattivi, che considera la mente come un sistema di elaborazione delle informazioni, suddivisa in più sottosistemi mnemonici, i benefici della Mindfulness si spiegano in quanto è in grado di raggiungere le emozioni a livello implicazionale, cioè quelle emozioni che non sono accessibili attraverso un approccio puramente verbale e razionale.

Per spiegare meglio: in questo modello si considera che gli stimoli provenienti sia dall’esterno che dall’interno, possano essere codificati secondo due modalità: proposizionale (cioè “sapere che…”) e implicazionale (cioè “sentire che…”). Dunque, il magazzino della memoria proposizionale, conterrebbe conoscenze che possono essere espresse a livello linguistico, mentre la memoria implicazionale, molto più ampia, immagazzinerebbe esperienze emotive non esprimibili direttamente con il linguaggio.

E’ questo, di fatto, uno degli ostacoli alle terapie verbali, e ciò permette anche di comprendere l’importanza degli approcci non verbali, come ad esempio le tecniche corporee, immaginative o l’arte terapia, che consentono di accedere anche a questi livelli di sè, non esprimibili con la parola.

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Inoltre sappiamo che il cervello reagisce agli stimoli anche in altri modi: utilizza processi di tipo “bottom up”e “top down”. Cioè dal basso verso l’alto, quando

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l’attenzione è richiamata da uno stimolo, come nel caso di un suono inaspettato o di un dolore improvviso. E dall’alto al basso, quando l’attenzione è controllata dalla persona stessa che la indirizza verso un obiettivo specifico.

I processi “bottom up” coinvolgono aree del cervello più antiche, in termini evoluzionistici, come il tronco encefalico. L’attenzione “top-down”, invece, coinvolge meccanismi di controllo associati ad aree di formazione più recente del cervello, come ad esempio la corteccia frontale.

La Mindfulness, come abbiamo visto, insegna a notare e a concedersi tutte le emozioni nel momento stesso in cui vengono provate e a non reagire automaticamente o impulsivamente, ma in modo più consapevole e mirato.

In sintesi, si può dire che la Mindfulness migliori i processi top-down dell’attenzione e bottom-up delle emozioni. L’ipotesi maggiormente supportata dalle ricerche sul cervello è che i benefici della mindfulness siano da attribuire ad una regolazione degli impulsi, dalla corteccia prefrontale al sistema limbico.

I processi “top down” sono anche collegati alla memoria a breve termine, che funziona in modo ottimale quando il “rumore” che circonda gli stimoli, ad esempio le emozioni, viene efficacemente regolato.

Dunque, migliorando l’abilità nel gestire le emozioni, la Mindfulness rende più efficace la memoria a breve termine, ampliando così la capacità del cervello di acquisire nuove informazioni.

E abbiamo già visto come questo aspetto sia particolarmente importante nelle persone che soffrono di ansia e depressione, spesso chiuse in circoli viziosi di pensieri ed emozioni negativi.

Altri studi hanno dimostrato che la capacità di rendere più efficiente la memoria di lavoro, alleggerendo il carico emozionale delle memorie traumatiche, è particolarmente benefica per persone con Disturbo Post – Traumatico da Stress. La pratica della Mindfulness infatti, libera più attenzione da dedicare ad uno spettro più ampio di esperienze, di cui la persona altrimenti, molto probabilmente, si priverebbe.

Altre ricerche in campo neurofisiologico (Davidson, 2003) hanno rilevato che la mindfulness stimola un’attivazione cerebrale nelle aree del cervello associate alla compassione.

Altri studi ancora, hanno mostrato che esiste una correlazione positiva fra consapevolezza delle reazioni fisiche ed emotive, ed empatia.

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Un risultato, questo, importante, non solo per i pazienti, ma anche per i terapeuti. Infatti, si è riscontrato che i terapeuti che meditano, hanno punteggi nettamente superiori rispetto a colleghi che non praticano la meditazione. I benefici riscontrati nella ricerca (Mayr, 2007) includono una maggiore attenzione, un livello più alto di tolleranza delle emozioni del paziente, una maggiore accettazione e un’attitudine più aperta.

E tutto questo, in base a molti studi, sembra riflettersi positivamente non solo sulle capacità empatiche dello psicologo, ma anche sull’alleanza terapeutica, entrambi fattori importantissimi, che incidono per almeno il 30% sulla riuscita del percorso psicologico.

Per quanto riguarda, in particolare, l’utilità della Mindfulness nella cura di sintomi psicopatologici, sembra che i benefici più importanti siano quelli che coinvolgono i processi di regolazione dell’attenzione. Questi, infatti, sono fondamentali nell’elaborazione delle informazioni e sembrano rivestire un ruolo rilevante in molte condizioni di sofferenza psichica.

Ad esempio, le persone con predisposizione all’ansia, percependo il mondo come

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un posto non sicuro, tendono ad essere eccessivamente vigili, ad esaminare continuamente l’ambiente alla ricerca di potenziali indizi minacciosi e, paradossalmente, si distraggono da elementi importanti che potrebbero contraddire le loro aspettative ansiogene.

Analogamente le persone depresse tendono a selezionare le informazioni che confermano la loro visione cupa della realtà e ad accorgersi in misura minore delle esperienze positive, poiché questo richiede un’attenzione più ampia ed aperta.

Ma in generale, l’attenzione è un fenomeno complesso, che è stato studiato dagli psicologi per oltre un secolo. Si possono distinguere, ad esempio, svariate forme di attenzione (come l’attenzione focalizzata, mantenuta, divisa, ecc.). E allenare queste capacità serve ad incrementare la meta-consapevolezza, cioè la “consapevolezza di essere consapevoli”, il sapere che cosa si sta vivendo.

Per indicare questa condizione sono stati utilizzati molti termini ed espressioni: disidentificazione, decentramento, porsi come testimone neutrale, essere uno spettatore imparziale, ecc.

In sintesi, potremmo dire che diversi studi sembrano confermare che i benefici della mindfulness derivino proprio dallo sviluppo delle capacità di meta-cognizione.

Nella Mindfulness ci si esercita a notare le distrazioni e a non farsene coinvolgere e in pratica ciò significa saper “disattivare il pilota automatico” e mettersi in una condizione di “guida consapevole di sè”.

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…work in progress…

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Vivere consapevolmente: l’importanza della Mindfulness nella vita quotidiana

Mare azzurro, cielo limpido, sole caldo sulla pelle. Distesa su un lettino a righe bianche e blu, sotto un ombrellone variopinto, una persona si gode una giornata estiva leggendo un giornale leggero.

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Probabilmente nella sua vita normale non lo farebbe: perchè non ha tempo, perchè ci sono cose più serie da fare, perchè magari di solito non prende in considerazione certi settori frivoli della carta stampata. Ma qui, in vacanza, in estate, può permettersi di lasciarsi sedurre dai colori vivaci e lucidi delle copertine dei giornali e si concede di mettere in stand by anche la parte più razionale e critica della mente, in nome di un relax ad oltranza. E mentre finalmente può assaporarlo, insieme al profumo del mare e a una leggera e piacevole brezza sulla pelle,

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i suoi occhi scivolano su una parola scritta in un corsivo leggero e svolazzante: “Mindfulness”.

L’ha già sentita o letta da qualche parte, di sicuro non le è nuova…la incuriosisce. Si sofferma allora sulla pagina e scopre che la Mindfulness è una pratica che oggi va molto di moda e dai molteplici benefici. Promette di migliorare tanti aspetti della propria vita: dal lavoro, alle relazioni, al rapporto con se stessi, con le emozioni, con il proprio corpo...addirittura può servire per dimagrire. E si ripromette di saperne di più quando tornerà in città, magari iscrivendosi ad un corso o leggendo qualcosa di più consistente a riguardo.

Proposta in questo modo semplice, giocoso e invitante, la Mindfulness è diventata ai nostri giorni una pratica conosciuta ed esercitata da molti.

In realtà è un insegnamento molto serio,

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che affonda le sue radici nei percorsi filosofici e spirituali millenari dell’Oriente

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e che ha dimostrato il suo valore anche attraverso rigorose ricerche scientifiche.

Ma chi l’ha detto che una cosa importante debba essere anche complicata?

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In realtà la Mindfulness consiste semplicemente nell’osservare noi stessi senza giudizio e nell’accogliere tutto ciò che si manifesta in noi senza volerlo alterare o manipolare. Insomma, nell’essere presenti nel qui e oraconsapevoli di essere consapevoli. E in questa semplicità si condensa un nucleo di grandi benefici che si irradiano inevitabilmente in tutte le direzioni di cui è composta la nostra vita.

Per certi versi posso ritenermi fortunata. La vita mi ha dato la possibilità di comprendere l’importanza della Mindfulness molto presto, fin da quando, da giovane, ero attratta dalle tecniche di meditazione e dalla cultura dell’Oriente, che sentivo, intuivo, essere gravida di doni inesplorati per noi occidentali.

Ma soprattutto, ne ho sperimentato le potenzialità quando ho incontrato sul mio cammino il Rebirthing, una pratica di trasformazione interiore e auto guarigione basata sulla respirazione, a cui sono molto affezionata e che a tutt’oggi pratico e insegno con piacere.

Anche il Rebirthing è di una semplicità disarmante e di un’efficacia sorprendente. E la Mindfulness è uno dei 5 elementi di cui è composto questo metodo di lavoro su se stessi.

Ma vediamo più da vicino che cos’è la Mindfulness e soprattutto come si è sviluppato il suo utilizzo nel mondo della psicologia.

Come ho già premesso altre volte, la psicologia si articola in orientamenti diversi, che si differenziano tra loro a seconda della “mappa” che viene utilizzata per interpretare i fenomeni psicologici e per “muoversi” all’interno dei territori della psiche.

L’approccio nel quale si è sviluppato l’utilizzo della Mindfulness, è soprattutto quello della Psicologia Cognitivo-Comportamentale.

In particolare, un ambito in cui questa pratica di consapevolezza ha mostrato le sue potenzialità ristrutturanti e terapeutiche, è quello della Schema Therapy, un approccio integrato fondato dallo psicoterapeuta newyorkese Jeffrey Young.

Negli anni ’70 e ’80, nel campo della ricerca in psicologia clinica, molti studi ed esperimenti si sono concentrati sull’ipotesi che la sofferenza psicologica, di vario genere, possa essere correlata a modalità di percezione, sia interna che esterna, diversa dalla norma. Cioè in sostanza, semplificando, la principale tesi ipotizzava che la sofferenza psicopatologica possa derivare dal modo in cui le persone interpretano e giudicano le proprie esperienze e da come ricordano il proprio passato ed anticipano il futuro.
Una parte di questi studi consisteva nella ricerca sugli “schemi”, cioè strutture di elaborazione delle informazioni, che hanno la proprietà di potersi automatizzare e tradurre in reazioni abitudinarie.
Gli schemi, si è visto, hanno lo scopo di rendere efficiente l’elaborazione cognitiva, ma di fatto possono anche essere “distorti” e disfunzionali.

La Schema Therapy, nata in questo contesto di studi, si occupa proprio di comprendere come si formino gli schemi, come vengano attivati nel vivere quotidiano e quali reazioni emotive (dette “mode”) siano in grado di innescare.

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Detto con semplicità, gli schemi sono il modo in cui le persone percepiscono se stesse, gli altri e il mondo che li circonda.

Si costruiscono attraverso percezioni sensoriali, emozioni e azioni, impresse nella memoria in esperienze passate, in modo particolare durante l‘infanzia, e si può dire che siano le nostre “convinzioni di base”, quelle che vanno a formare le fondamenta della nostra personalità.

Con il termine di “mode”, invece, si indicano gli stati d’animo specifici, le reazioni che insorgono in noi, in conseguenza del nostro modo di percepire la realtà, connesso agli schemi che ci caratterizzano.

Naturalmente, schemi e mode disfunzionali, sono quelli che hanno una più grave potenzialità patogena.

Per fare degli esempi, schemi di questo tipo possono essere: la negatività e il pessimismo, l’inibizione emotiva, l’ipercriticità, la mancanza di autocontrollo e di autodisciplina, la sottomissione, la ricerca di approvazione, il senso di inadeguatezza e la vergogna, solo per citarne alcuni.

Invece, gli stati d’animo che possono nascere da tali convinzioni, cioè i mode, sono ad esempio: senso di vulnerabilità, rabbia, impulsività, bisogno di attenzione e molti altri ancora.

Con il tempo sono stati anche messi a punto diversi questionari per poterli rilevare e studiare, come ad esempio lo ”Young Schema Questionnaire” e lo “Schema Mode Inventory”.

Ma che cos’è la Mindfulness e come può essere utile ed efficace nel modificare schemi e mode?

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La Mindfulness può essere definita come un’atteggiamento mentale che consiste nell’ osservare e lasciare che si manifestino liberamente in noi sensazioni, emozioni, pensieri, immagini, così come arrivano, momento per momento, senza valutarle, reprimerle o tentare di modificarle.
Un atteggiamento di questo tipo può essere appreso attraverso esercizi di attenzione intenzionale, focalizzata sui propri contenuti psicologici e sulle reazioni corporee.

Attraverso la pratica degli esercizi, ci si può accorgere di essere spesso in modalità “fare”, sempre occupati a pensare e ad agire verso qualche obiettivo. La Mindfulness, invece, insegna ad entrare in modalità “essere” e a rimanerci, permettendosi qualunque esperienza, incluse quelle indesiderate, che generalmente porterebbero a reagire, per abitudine o per impulso.

L’atteggiamento di consapevolezza e accettazione, dunque, permette di diventare coscienti dei propri schemi, di mettere uno spazio tra lo schema e la propria reazione, e quindi di poter scegliere come reagire e come comportarsi successivamente.

Perciò, grazie alla Mindfulness, gli schemi di reazione radicati, datati e non più funzionali, possono perdere il loro potere. E’ normale quindi che la persona possa sviluppare un senso di maggiore libertà di scelta e che migliori la sua capacità di reagire in modo diverso, più utile alla situazione attuale. E questo è possibile anche nel caso di sofferenze psicologiche o psicosomatiche: i pazienti possono imparare a gestire diversamente sintomi psicologici disturbanti.

Certo, può sorgere una domanda spontanea: ma come funziona la Mindfulness? Quali sono i meccanismi che la rendono efficace e utile psicologicamente e psicosomaticamente?

Per rispondere a questa domanda vi aspetto al prossimo articolo.

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FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

schematerapy

  • Van Vreeswijk M., Broersen J., Schurink G., Mindfulness e Schema Therapy, Istituto di Scienze Cognitive Editore, Sassari, 2016
  • Jeffrey E. Young, Janet S. Klosko, Marjorie E. Weishaar, Schema therapy. La terapia cognitivo – comportamentale integrata per i disturbi di personalità, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2018
  • Arntz A., Gitta J., Schema therapy in azione. Teoria e pratica, Istituto di Scienze Cognitive Editore, Sassari, 2013
  • http://www.schematherapysocety.org
  • http://www.schematherapy.com
  • http://www.international-isc.com

young1 Jeffrey E. Young, psicoterapeuta, è il “padre” della Schema Therapy. Si è laureato alla Yale University e si è formato presso l’Università della Pennsylvania, intraprendendo percorsi di studio post – dottorato sotto la guida di Aaron T. Beck, il fondatore della Psicoterapia Cognitiva. Dal 1986 è docente del Dipartimento di Psichiatria della Columbia University. E’ fondatore e direttore del Cognitive Therapy Center di New York e del Connecticut e dello Schema Therapy Institute.
Dal 2006 è Presidente Onorario dell’International Society for Schema Therapy.

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Senti che fuori piove…che bel rumore – Il trauma psicologico e i suoi sintomi

Avrei voluto cominciare questo secondo articolo sul trauma, citando il testo di una canzone che mi è cara, “Sally” di Vasco Rossi:

“…ed un pensiero le passa per la testa,

forse la vita non è stata tutta persa,

forse qualcosa si è salvato,

forse davvero non è stato poi tutto sbagliato,

forse era giusto così,

forse…ma forse…ma sì!”


Il suo testo mi ha permesso, spesso, di immaginare, di sentire, lo stato d’animo, le emozioni, i pensieri, di chi ha avuto un percorso esistenziale traumatico, e pur tuttavia riesce a realizzare che non tutto è andato perduto e che è possibile ritrovare se stessi, più profondi e più ricchi, anche dopo una vita difficile e sofferta.
Avrei voluto, dicevo, iniziare da qui, da questa questa canzone. Ma non è più necessario.
Nel frattempo,

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chi l’avrebbe mai detto, è intervenuto un microscopico virus, un’infinitesimale sequenza di RNA senza vita propria, l’ormai tristemente famoso Covid19 a “cambiare musica”e a far capire a tutti, chi più chi meno, cosa significhi attraversare una situazione traumatica.
Perchè, come sottolinea giustamente Massimo Recalcati Recalcati
in un’intervista visibile su Youtube, “Un trauma, nella vita psichica individuale e nella vita collettiva, è un evento che mette sottosopra l’ordine abituale delle cose, la nostra rappresentazione del mondo. E’ uno spartiacque nello scorrere ordinario del tempo, è un’irruzione imprevista che perturba e sconvolge il quadro normale della realtà. Ed è qualcosa di fronte al quale non abbiamo difese, qualcosa di inimmaginabile e imprevedibile che ci coglie impreparati a rispondere.”.
E, aggiungo io, un trauma è un evento che minaccia profondamente la nostra sopravvivenza, fisica o psicologica, esponendo noi o le persone a cui siamo affettivamente connessibosh1
(quelli che sono stati definiti come “i congiunti”, più o meno) alla morte, vera o immaginata, innescando reazioni di allarme e preparazione alla difesa, che coinvolgono gli strati più profondi del nostro cervello, ma anche tutte le componenti biochimiche del nostro organismo.
E chi può dire di non essere stato toccato profondamente dalla pandemia che ci ha coinvolti, per non dire travolti?

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Non escludo, anzi, so per certo, che molti possono aver vissuto anche i lati positivi di questa irruzione senza preavviso del coronavirus: il piacere di vedere la natura che si rigenerapapere
e si riprende i suoi spazi, la possibilità di riposarsi da lavori stressanti, alienanti o estenuanti, l’emergere di un senso di condivisione e appartenenza sociale, una maggiore intimità con se stessi, e altro ancora.
Come fa notare Recalcati, il trauma ci obbliga a risvegliarci, ci scuote da un sonno della coscienza in cui eravamo immersi senza rendercene conto, e questo è senz’altro utile e positivo.
Ma chi può dire che la propria rappresentazione di sé e del mondo non sia stata scossa alle radici? E quanti, purtroppo hanno dovuto attraversare direttamente o indirettamente, lutti, sofferenze, angosce per la salute fisica o per la possibilità di sopravvivenza economica, propria o dei propri cari?
Nel precedente articolo ho spiegato come tutti, a livello psicologico, chi più chi meno, siamo equipaggiati di capacità di autodifesa e resilienza, che permettono alla nostra struttura psichica di riprendere la propria forma e funzione dopo aver incontrato eventi stressanti nella nostra vita.
Tuttavia, come una molla è capace di ritrovare la propria conformazione, ma se stirata oltre un certo limite, rimane alterata perdendo le proprie caratteristiche peculiari,equilibrista1
così la psiche, sottoposta ad eventi che oltrepassino la propria capacità di tolleranza, si destruttura e ricompone in forme dissociative, utili alla sopravvivenza ma anche portatrici di varie forme di disfunzionalità e sintomatologie più o meno gravi. Con il rischio di rendere la vita, citando Vasco,

tutto un equilibrio sopra la follia”.

Ed è in particolare di queste disfunzionalità, di questi sintomi, che accompagnano la dissociazione strutturale della psiche, che desidero parlare in questo nuovo articolo.
Come già anticipato in quello precedente, Dalla molla al mandarino, mi riferisco principalmente alle ricerche e alle teorie di Onno van der Hart, Ellert R. S. Nijjenhuis e Kathy Steele, autorevoli esperti in psicotraumatologia, i quali, a loro volta, si sono ispirati a Pierre Janet, famoso ai tempi di Freud per i suoi studi sull’isteria, oltre che ad altri contributi su questo argomento di autori successivi.
Si tratta di teorie, frutto di decenni di osservazioni e studi, che possono permettere di comprendere e curare, quindi restituire ad una vita serena, anche persone sopravvissute a trascuratezze e ad abusi cronici nell’infanzia o adulti traumatizzati da singoli o molteplici eventi, come ad esempio violenze fisiche, psicologiche o sessuali, incidenti, disastri naturali, attacchi terroristici, guerre, torture o gravi privazioni.
Secondo la teoria della dissociazione strutturale,

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in seguito a condizioni traumatiche, nella psiche si crea un’enorme barriera tra diverse parti della personalità, con il risultato che ognuna di esse perde la possibilità di accedere simultaneamente alla coscienza e alla memoria. Un po’ come gli spicchi di un mandarino, si potrebbe dire.
Ne consegue un’alterazione del funzionamento coerente e coeso della persona nel suo complesso.
Tale barriera dissociativa separa una parte della personalità, che appare relativamente ben adattata alla vita quotidiana (che gli autori chiamano ANP, Apparently Normal Personality), da una o più parti fissate ad eventi traumatici, legate ad emozioni troppo forti e a sensazioni e pensieri troppo disturbanti, per essere accolte pienamente (EP, Emotional Personality).
E, come descritto nel precedente articolo, a seconda delle parti della personalità non integrate, che variano in base al numero, alla frequenza e all’intensità dei traumi vissuti, è possibile distinguere varie tipologie di dissociazione strutturale, diagnosticabili con differenti quadri di sofferenza psichica.
Nelle forme più lievi, ANP è di gran lunga “l’azionista di maggioranza”, e quindi rappresenta la maggior parte della personalità. Dunque la persona riesce a funzionare in modo abbastanza normale, con una parte emozionale dissociata, relativamente dormiente o latente, con l’unico problema di non riuscire ad integrare il materiale traumatico ed essere perciò meno efficiente e capace di quanto potrebbe.
In altri “sopravvissuti”, invece, il quadro è molto più grave e il funzionamento della persona risulta deteriorato in modo generalizzato. Si può arrivare addirittura a forme di dissociazione in cui la persona percepisce allucinazioni uditive e non ha più controllo sulle manifestazioni sintomatiche.
Comunque, sia nei casi lievi che in quelli più gravi,

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ANP ed EP sono come due mondi che non possono e non devono venire a contatto, anche perchè hanno un senso di sé e finalità completamente diverse.
Infatti, mentre la parte apparentemente normale della personalità continua ad impegnarsi nella gestione della vita quotidiana, contemporaneamente le parti emozionali cercano di evitare situazioni e memorie traumatiche e sono fissate a sistemi d’azione che erano stati attivati al tempo della traumatizzazione, come ad esempio, ipervigilanza, attacco, fuga, rigidità difensiva, analgesia, anestesia, collasso o sottomissione (“fight, flight, freeze and submission”, le tipiche reazioni che si innescano, in caso di minaccia per la sopravvivenza, anche nel mondo animale).


E se, normalmente, esiste un coordinamento tra i sistemi deputati a regolare la vita quotidiana, con quelli che servono a scopo difensivo, invece, nella dissociazione strutturale questa coerenza non esiste e le diverse parti della personalità sembrano avere identità diverse e disarmoniche.
Cosicchè, quando la persona funziona con la propria parte apparentemente normale (ANP), riesce ad affrontare i compiti della vita di tutti i giorni, sia pratici, che psicologici, che sociali, evitando i ricordi traumatici per concentrarsi sulle questioni della quotidianità. Al contrario, quando funziona in modalità emozionale (EP), risponde alle minacce percepite a cui quella parte della psiche è ancorata, mettendo in atto reazioni emotive e fisiche primitive, ereditate dall’evoluzione a scopo difensivo.
La dissociazione della psiche, oltre a ridurre la disponibilità di energie e di risorse per gestire la quotidianità,

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fa sì che la consapevolezza di sé della persona, normalmente unitaria e coerente, subisca frequenti intrusioni sotto forma di memorie traumatiche, flashback, incubi, somatizzazioni, cosa che rende instabile il proprio senso d’identità.
E la natura eccessivamente intensa delle emozioni traumatiche non è d’aiuto, anzi,

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più viene espressa più la persona va fuori controllo e ne viene soppraffatta, con effetti deleteri sulla propria realtà personale e relazionale.
In alcune situazioni, addirittura, ANP può essere completamente disattivata dalla piena attivazione di EP, situazione che viene definita “switch” o “cambio di stato”.
Ma in generale, quello che si riscontra più spesso nelle persone che hanno subito esperienze traumatiche è il manifestarsi di molteplici sintomi. Ad esempio gravi alterazioni nella regolazione degli affetti e degli impulsi, ansia, irritabilità e costante stato di allarme, alterazione della percezione di sé nella relazione con gli altri, disturbi dell’attenzione e della coscienza, tendenza alla somatizzazione, stanchezza cronica, insonnia, depressione, sentimenti di sfiducia pervasivi, spinte autodistruttive o intensi sentimenti di inutilità e disperazione.
Inoltre è tipico che i vissuti traumatici, immagazzinati nelle parti dissociate della personalità, causino diversi tipi di fobie

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invalidanti e convinzioni patogene. Come ad esempio: fobia delle emozioni di vicinanza o, al contrario, fobia delle emozioni di separazione e perdita, fobia nei confronti di qualsiasi situazione o stimolo collegato al ricordo dei traumi, fobia che ogni parte dissociata può avere per le emozioni, gli impulsi, i desideri delle altre parti, o la fobia dell’esperienza coesa di sé.
Quando un “sopravvissuto”, attraverso il meccanismo della generalizzazione, associa un numero sempre maggiore di stimoli all’esperienza e al ricordo del trauma, può iniziare a temere e ad evitare una parte sempre più grande della propria vita esterna, ma anche di quella interna, vissuta come minaccia all’integrità del senso di sè. E dunque può arrivare ad evitare e a sviluppare ansia per qualsiasi emozione, sensazione, pensiero o fantasia che sia consapevolmente o inconsapevolmente associato all’esperienza traumatica originaria.
La fobia dei propri contenuti mentali è particolarmente invalidante perché produce uno stato d’animo costante di pericolo interno e la sensazione di non potersi fidare nemmeno di se stessi.
E’ tipico che differenti parti della personalità sperimentino fobie opposte. Ad esempio la fobia dell’attaccamento,

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che porta ad evitare livelli maturi di intimità, è spesso accompagnata, in modo paradossale, da un’ ugualmente intensa fobia della perdita, con oscillazioni che possono portare al ben noto modello borderline del “ti odio – vai via/ti prego, non lasciarmi”, o a comportamenti disperati che spingono la persona a mettersi in contatto a tutti i costi con gli altri, sentendosi vulnerabile alla solitudine, all’abbandono o al rifiuto.
Spesso i sopravvissuti hanno anche difficoltà a percepire la realtà. Non hanno piena consapevolezza che il passato non è presente e il futuro non è necessariamente la ripetizione del proprio terribile passato.
Infatti ANP, la parte apparentemente normale della personalità, ha vari gradi di amnesia riguardo agli eventi traumatici, e può arrivare addirittura a negarli totalmente. Oppure può riconoscere le esperienze traumatiche ma avere la sensazione che non siano successe proprio a lei.
Invece EP, la parte emozionale,

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essendo ferma nel passato, ad età precedenti, ed essendo isolata dalle esperienze successive che la persona può aver avuto, non riesce a riconoscere che la traumatizzazione è terminata e rimane immersa in essa. Un po’ come un soldato in trincea, troppo ben nascosto perchè gli possa giungere la notizia che la guerra è ormai finita.
Nelle persone traumatizzate è anche frequente osservare il comparire di azioni di livello inferiore (cioè semplici e automatiche),

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come abuso di sostanze, dipendenza da attività compulsive, atti autolesivi, isolamento o, al contrario, ricerca compulsiva di contatto. Tutte attività che hanno lo scopo di alleggerire il dolore emotivo e di distrarre dalle memorie traumatiche
Oppure possono manifestarsi azioni di livello superiore (cioè pi

dubbio

ù complesse e articolate), ma altrettanto disadattive. Come ad esempio il fermarsi a pensare quando invece sarebbe necessaria una reazione immediata per sottrarsi rapidamente a un pericolo imminente, o il prevalere della razionalità rispetto a spontaneità e naturalezza nelle situazioni in cui sarebbero appropriate.
Un esempio di riduzione di consapevolezza della propria vita interiore, è anche la difficoltà nella percezione di stimoli o emozioni sgradevoli, la diminuzione nella percezione del dolore e una particolare lentezza rispondere agli eventi esterni che può raggiungere addirittura lo stato di catatonia.
Non è infrequente, infatti, che le persone traumatizzate abbiano difficoltà

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nel rendersi conto di quando sono stanchi, affamati, stressati, soli o tristi. Ed essendo incapaci di sentirlo e di prenderne coscienza, risultano altrettanto incapaci di cercare rimedio a questi stati, sotto forma di riposo, cibo, vicinanza, aiuto, ecc. In casi estremi, possono addirittura perdere interesse per se stessi e non riuscire a prendersi adeguatamente cura di sè.
Le persone che hanno vissuto situazioni traumatiche spesso ricorrono ad azioni mentali sostitutive, cioè a difese psicologiche, come la negazione, la proiezione, la scissione o come tutti quegli agiti (azioni impulsive, compiute in preda all’agitazione o agiti autolesivi) che sostituiscono la capacità di fermarsi, di sentire, di riflettere e pianificare.
Una forma piuttosto negativa di difesa dal trauma

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può essere anche l’identificazione con l’aggressore, che può spingere alcune persone a mettere in atto le violenze subite, a loro volta, su altre persone, agendo come se fossero loro stessi gli abusanti anziché gli abusati, in un circolo vizioso senza fine.
Purtroppo la vita di chi ha subito traumi ed abusi, può diventare una continua lotta, come se fosse perennemente in fuga da un passato terrificante e doloroso che lo perseguita, sempre al limite dell’esaurimento, o boccato nella paura, nel terrore, nell’autosvalutazione e nella disperazione.
Anche perchè, a volte, per esempio nei casi di abuso familiare, specialmente in quello infantile, il suo ambiente continua ad includere proprio gli autori delle violenze o delle trascuratezze che ha vissuto.
Allora è facile comprendere come l’unica strada percorribile psicologicamente, sia quella di evitare mentalmente un passato irrisolto e doloroso, mantenendo, per quanto possibile, una facciata di normalità. Tuttavia, una persona traumatizzata, anche quando riesce a nascondere a stessa e agli altri la verità più profonda, continua a portare dentro di sé una grave sofferenza ed è frequentemente esposta alle irruzioni delle memorie traumatiche e ai sintomi a queste connessi.
Dal momento che le loro esperienze sono complesse e fuori dal comune, alle persone traumatizzate è particolarmente difficile, se non impossibile, tradurle in parole e condividerle o addirittura queste risultano spaventose da rappresentare mentalmente persino a se stessi. Motivo per cui i “sopravvissuti” cercano di ridurre le possibilità di essere conosciuti dagli altri, e tendono a non condividere informazioni personali, per timore di essere giudicati o respinti o non creduti, anche quando invece sarebbe possibile e utile farlo, il che riduce ulteriormente la possibilità di ricevere il necessario supporto.
Tutto questo crea nella persona una disconnessione dalle emozioni e dai sentimenti autentici, dalla consapevolezza di sé, dalla propria vita interiore. E non avendo intimità con se stessa, tanto più ha difficoltà ad entrare in intimità con gli altri. Perciò le persone traumatizzate tendono ad evitare i rapporti sociali, i legami affettivi e tutti quegli stimoli nelle relazioni capaci di far loro rivivere le sofferenze provate in passato e da cui sono state sopraffatte.
Un altro aspetto disfunzionale nella gestione della vita quotidiana è la difficoltà nel compiere le proprie azioni, sia quelle mentali che quelle comportamentali.

piano1

Cioè in pratica, le persone vittime di abusi, trascuratezze, traumi, possono riuscire a pianificare un’azione ma non ad iniziarla, o sanno iniziarla ma non terminarla, oppure possono rendersi conto che le loro azioni non hanno una qualità adeguata a quella richiesta o desiderata. E anche questo aspetto è una conferma del fatto che l’individuo non possiede sufficiente energia mentale o adeguate abilità da utilizzare per la propria completa riuscita.
Anche perchè, la carenza di energie psichiche a disposizione (in quanto perloppiù impegnate a scopo difensivo), sembra ostacolare l’individuo nella capacità di assimilare nuovi dati con cui imparare dall’esperienza ed evolvere.
Forse, a volte, non è facile capire che per la persona traumatizzata,anche attività che per altri sono del tutto normali (come ad esempio recarsi al lavoro, andare a fare la spesa, partecipare ad un incontro sociale e altro ancora), possono essere stimoli condizionati, “reminders”, da evitare a causa delle numerose fobie.


Il risultato è, in generale, una difficoltà nel vivere pienamente il presente, nel qui e ora, e la sensazione di non riuscire a progredire nella propria autorealizzazione, e di lasciare, invece, molte situazioni in sospeso, di “collezionare” esperienze frammentate e spesso fallimentari.
Insomma, concludendo, si può dire che il percorso esistenziale di una persona traumatizzata

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non sia propriamente una passeggiata, ma un arduo cammino in un campo minato o quanto meno in un ambiente pieno di insidie e di nemici nascosti pronti all’aggressione.
Ora, se leggendo questo articolo, ti fossi riconosciuto, riconosciuta, almeno in parte, o ti fosse venuto alla mente qualcuno che conosci, sappi che non tutto è perduto.paracelso

Come diceva Paracelso, famoso medico e alchimista del Rinascimento, “la miglior cura è sempre l’amore”, e forse non c’è ambito più adatto a questa affermazione che quello di un animo sconvolto da un trauma.
In mancanza di questo (o anche insieme a questo)… beh…è possibile ricorrere anche ad un percorso psicologico e tornare a vivere serenamente, a progettare con fiducia il proprio futuro, ad assaporare il buono e il bello che la vita ha da offrirci, nel qui ed ora. E poter dire, come Sally:

“Senti che fuori piove…che bel rumore!”

sally

FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

fantasminelse

  • Van der Hart O., Nijenhuis E.R.S., Steele K., Fantasmi nel sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010
  • Janet P., Trauma, coscienza, personalità – scriti scelti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016
  • Myers C.S., Shell Shock in France 1914 – 1918, Cambridge University Press, Cambridge 1940

  • Panksepp J., Biven L., Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014
  • Panksepp J.,Kenneth I. D., I fondamenti emotivi della personalità. Un approccio neurobiologico ed evoluzionistico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020
  • www.aisted.it: Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione

  • www.estd.org: European Society for Trauma and Dissociation

  • www.estss.org: European Society of Traumatic Stress Studies

  • www.isst-d.org: International Society for the Study of Trauma and Dissociation

  • www.sisst.it: Società Italiana per lo Studio dello Stress Traumatico

Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Dalla molla al mandarino: gli effetti del trauma sulla struttura di personalità

Avete presente com’è fatta una molla?
molla13 Di qualunque materiale sia composta, ha una struttura perfetta per assorbire le deformazioni a cui può essere sottoposta: le spirali da cui è formata riescono a distribuire forze di trazione o compressione in modo tale da permetterle di resistere e poter ritornare alla propria forma originaria in un istante.
molla1
Ma…se la molla viene tirata alle due estremità oltre un certo limite, si arriva ad un punto di non ritorno, ossia subisce uno stress tale da renderle impossibile il recupero della sua naturale forma “allegramente molleggiante”.

Ecco. Qualcosa di analogo sembra avvenire nella psiche quando è sottoposta a traumi. Quest’immagine metaforica può aiutarci a rappresentare visivamente quel che succede dentro di noi quando gli eventi della vita sottopongono la nostra struttura psichica a stress eccessivi, annullando o compromettendo gravemente le nostre abilità di resilienza, cioè, con parole semplici, la capacità di rimetterci in piedi.

Uno degli argomenti del vasto panorama della psicologia che mi ha sempre fortemente interessato e incuriosito è l’ambito della psicotraumatologia.

Che cos’è un trauma? Che cosa differenzia un’esperienza traumatica da altre forme di vissuto esistenziale? Come reagisce, come si difende, come si ristruttura la psiche sottoposta a traumi nel corso della vita? Ma soprattutto: come si può curare? Come si può aiutare una persona traumatizzata a ritornare in possesso delle proprie forze e caratteristiche, per riprendere il proprio cammino serenamente?logopsy
Sono domande che mi sono spesso fatta nel mio percorso di studi e professionale e che man mano ho arricchito di risposte, che mi sono state e mi sono utili nel poter dare sostegno psicologico a chi si rivolge a me come professionista della salute mentale.

Certo è un tema complesso e che presenta delle difficoltà, la prima delle quali è quella che lo accomuna a tanti altri ambiti di studio e di ricerca della psicologia:fumo
la psiche non è visibile, come può esserlo qualunque altra parte del corpo umano, e il dolore da cui può essere invasa è un’esperienza del tutto soggettiva e intima, non facilmente descrivibile e comunicabile, spesso difficile e pericolosa da tradurre in parole o pensieri perfino a se stessi.

Diversi anni fa mi è stato affidato un incarico di lavoro come formatrice per un gruppo di infermieri del reparto pediatrico dell’Ospedale di Padova, per un corso in “Psicologia delle emergenze”. In quell’occasione ho avuto modo di spiegare quali siano gli aspetti neurofisiologici del trauma e come potersi comportare nel migliore dei modi in un reparto in cui, purtroppo, non è raro dover aiutare bambini traumatizzati. Un ruolo prezioso in cui è importante anche avere degli strumenti per poter far defluire lo stress che il confronto con situazioni gravi e drammatiche, inevitabilmente comporta.

Da un punto di vista neurofisiologico gli effetti del trauma sono chiari, grazie anche alle tecniche, sempre più sofisticate e dettagliate di neuroimaging amigdalache permettono di visualizzarli. Sappiamo infatti che i traumi agiscono sulle strutture del sistema limbico, lasciando una traccia quasi indelebile a livello dell’amigdala,
una piccola struttura a forma di mandorla che si trova nelle profondità del cervello, sempre pronta ad innescare segnali d’allarme e reazioni primitive e apparentemente irrazionali, qualora si presenti un qualunque stimolo associabile, anche inconsciamente, alle memorie traumatiche. Ma sappiamo anche come, fortunatamente, altre strutture cerebrali, in particolar modo le aree della corteccia prefrontale, ci vengano in aiuto, confrontando lo stimolo percepito come potenzialmente pericoloso con la realtà e disinnescando, così, la reazione immotivata di paura o di terrore.

Questo per quanto riguarda la fisiologia, l’”hardware”, potremmo dire.

Ma per quanto riguarda il “software”?software2 Cioè la psiche come esperienza, come vissuto? Cosa dicono gli esperti che se ne occupano? Quali sembrano essere gli aspetti comuni nelle persone che subiscono traumi, per quanto riguarda gli effetti sulla struttura psichica?

Un dato importante è che i disturbi mentali la cui origine sembra essere connessa, almeno in parte, a traumi particolarmente gravi o ripetuti, sono molti.

Si stima che addirittura la metà dei pazienti che riceve una qualsiasi diagnosi psichiatrica, provenga da una storia traumatica di sviluppo. E questa potrebbe, oltre tutto, essere una sottostima, in parte perché si tratta di disturbi caratterizzati da fenomeni dissociativi non sempre facili da riconoscere, in parte perché si presentano come quadri clinici complessi o atipici.

D’altra parte tutto ciò è facilmente comprensibile se si pensa che le possibili cause di trauma1
traumi sperimentabili nel corso della vita, sono, purtroppo, fin troppo comuni:
situazioni di pericolo improvviso o prolungato, incidenti, aggressioni, catastrofi naturali, maltrattamenti occasionali o cronici,
trauma
gravi o prolungate trascuratezze, abusi subiti da bambini in famiglia o da parte di chi dovrebbe prendersene cura, violenze domestiche e sessuali vissute da milioni di donne, esperienze di guerra o di mancanza delle condizioni minime necessarie per la sopravvivenza. Solo per citarne alcune.

Un’ interessante visione interpretativa dei fenomeni psichici connessi al trauma, a mio parere, è descritta nel libro “Fantasmi nel sè”, dove gli autori, Onno van der Hart, Ellert R. S. Nijenhuis e Kathy Steele, mettono a disposizione i risultati dei loro studi clinici longitudinali su pazienti traumatizzati.

Sono studiosi che hanno contribuito alla costituzione e allo sviluppo delle principali associazioni internazionali che, dalla metà degli anni ’80 ad oggi, promuovono la conoscenza e si occupano delle conseguenze psicologiche, fisiche e sociali dello stress di origine traumatica, come l’International Society for the Study of Trauma and Dissociation (ISSTD) e l’European Society for Trauma and Dissociation (ESTD).

Una premessa, però, è d’obbligo: dal momento che la psiche, come oggetto di studio, sfugge alle normali categorie scientifiche, la mappa2
psicologia è fatta soprattutto di modelli descrittivi e operativi che hanno un’ utilità funzionale ma che non si propongono necessariamente di descrivere i fenomeni psichici nella loro vera essenza e in modo oggettivo. Come diceva Gregory Bateson, famoso antropologo ed epistemologo, è chiaro che “la mappa non è il territorio”.

Perciò nel fare riferimento agli studi di questi autori, non pretendo di offrire una visione esaustiva dei complessi fenomeni legati al trauma, ma desidero presentare quello che considero un interessante punto di vista e modello operativo sull’argomento.

Dunque, in generale, un dato che emerge comunemente negli studi di psicotraumatologia degli ultimi decenni, è l’osservazione che i fenomeni dissociativi che si manifestano in soggetti traumatizzati, non sembrano essere semplicemente manifestazioni associate a questi disturbi, frutto di difese primitive o di fragilità strutturali della personalità, quanto propriamente un loro aspetto organizzativo centrale, fondamentale.

Questa visione è anche alla base della teoria degli autori di “Fantasmi nel sè”, la Teoria della Dissociazione Strutturale della Personalità.

Bisogna considerare che quello di  dissociazione è un concetto molto ampio e indica una modalità di funzionamento psichico, presente in tutti gli esseri umani, che permette di separare dalla coscienza determinati contenuti (percezioni, idee, emozioni, ricordi).

I fenomeni dissociativi possono manifestarsi in diversi modi, formando un continuum che va dalla normalità alla patologia. lettura
Ad un estremo si ha la possibilità di usare l’attenzione in modo selettivo e di automatizzare il comportamento, come ad esempio quando ci immergiamo profondamente nella lettura, perdendo la consapevolezza dell’ambiente intorno a noi e della cognizione del tempo, o come quando guidiamo automaticamente rimanendo assorti nei nostri pensieri. All’altro estremo, la dissociazione patologica, cioè un’alterazione marcata (che può essere improvvisa o graduale, transitoria o cronica) di funzioni solitamente integrate, come la coscienza, la memoria, l’identità e la percezione dell’ambiente.

Nonostante, dunque, l’uso del termine “dissociazione” sia ampio e raggruppi in sé aspetti anche molto isteria1
diversi tra loro, Van der Hart, Nijenhuis e Steele, si sono ispirati alla concezione originaria con cui il termine era stato utilizzato dai primi studiosi dell’isteria della fine dell”800, e in particolare, nel 1889 da Pierre Janet,

janet1
Pierre Janet

considerato il “padre” della psicotraumatologia, e da Sigmund Freud nel 1895. Entrambi ritenevano la dissociazione come il meccanismo fondamentale alla base, appunto, di questa patologia.

Come Janet, anche i tre autori,  sono arrivati alla conclusione che i traumi causino dissociazione e quindi un disturbo delle funzioni mentali superiori, classificabili in tre tipi di deficit:

  1. deficit di sintesi personale, ossia della capacità di inglobare i dati dell’esperienza nella coscienza di sé

  2. deficit della funzione di realtà, cioè della capacità di mantenere una relazione tra senso di sé e realtà esterna

  3. deficit nella funzione di presentificazione, cioè della capacità di mantenere un senso di sé stabile nelle tre dimensioni del tempo: passato, presente e futuro

Per fare un esempio: la difficoltà di riconoscere un trauma come evento del passato e la tendenza a riviverlo come se stesse accadendo nel presente, è tipico nelle persone traumatizzate.

Pur condividendo con Janet molti punti teorici sul trauma, ciò che i tre studiosi propongono di nuovo e di diverso, è la Teoria della Dissociazione Strutturale, secondo la quale nella psiche delle persone traumatizzate, sembra crearsi un’enorme barriera fra le varie “stanze” della struttura di personalità, che non hanno più la possibilità di accedere contemporaneamente alla coscienza e alla memoria.

mandarino3Ed eccoci allora al mandarino, un’altra metafora che può permetterci di immaginare gli effetti dei traumi sulla struttura psichica, che risulta suddivisa in diverse sezioni isolate tra loro, come gli spicchi dell’agrume.

La barriera dissociativa separa la parte della personalità relativamente ben adattata alla vita quotidiana, da una o più parti fissate ad eventi traumatici avvenuti nel passato, legate ad emozioni troppo forti per essere accolte pienamente.

I tre autori si riferiscono al concetto di dissociazione intendendolo quindi come una divisione patologica della personalità, come un processo post-traumatico che comporta una separazione strutturale della coscienza in due o più parti dissociative, dotate di un proprio senso di sé e di caratteristiche relativamente stabili, da cui consegue un’alterazione del funzionamento coerente e coeso dell’individuo nel suo complesso.

Alcune parti sono impegnate ad evitare le memorie traumatiche per preservare il funzionamento dell’individuo nella conduzione della propria vita, detengono la memoria narrativa e impiegano le funzioni dell’io (ragionamento, esplorazione, pianificazione, ecc). Altre parti, fissate alle esperienze traumatiche, sono interamente assorbite in operazioni difensive primitive.

Ed ispirandosi alla terminologia dello psicologo inglese Charles Samuel Myers che, nel 1940, fu tra i primi a descrivere le nevrosi traumatiche belliche, gli autori di “Fantasmi nel sè” chiamano queste parti “Parte Apparentemente Normale della personalità” (ANP) e “Parti Emozionali della personalità” (EP).

Si possono così distinguere tre tipi di dissociazione strutturale, a seconda del numero di stati dell’io o parti della personalità che non si integrano più:

  1. la dissociazione strutturale primaria, in cui le parti della personalità non integrate sono due (come ad esempio nel “disturbo post-traumatico da stress”)

  2. la dissociazione strutturale secondaria, in cui gli stati dell’io non integrati sono tre (come si osserva ad esempio in alcuni pazienti con “disturbo borderline di personalità”)

  3. la dissociazione strutturale terziaria, in cui le parti della personalità non integrate sono quattro o più (tipica ad esempio del “disturbo dissociativo dell’identità”).

FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

fantasminelse

Van der Hart O., Nijenhuis E.R.S., Steele K., Fantasmi nel sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010


  • American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM – 5), Raffaello Cortina Editore, Milano, 2013

  • Bateson G., Mente e natura, Adelphi Edizioni, Milano1980

  • European Journal of Psychotraumatology: rivista ufficiale pubblicata dall’European Society of Traumatic Stress Studies

  • European Journal of Trauma & Dissociation/Revue Eropéenne du Trauma et de Dissociation: rivista ufficiale pubblicata dall’European Society for Trauma and Dissociation

  • Freud S., Opere Vol. 1: Studi sull’isteria e altri scritti (1886 -1895), Bollati Boringhieri, Torino, 2003
  • Janet P., Trauma, coscienza, personalità – scriti scelti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016
  • Myers C.S., Shell Shock in France 1914 – 1918, Cambridge University Press, Cambridge 1940

  • www.aisted.it: Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione

  • www.estd.org: European Society for Trauma and Dissociation

  • www.estss.org: European Society of Traumatic Stress Studies

  • www.isst-d.org: International Society for the Study of Trauma and Dissociation

  • www.sisst.it: Società Italiana per lo Studio dello Stress Traumatico

 

Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Siamo tutti “un po’ scienziati”

Quand’ero bambina, ricordo ancora, capitava che a volte i grandi, per rallegrare la mia giornata, mi regalassero una caramella dolcissima che aveva un sapore inconfondibile e una, ancor più inconfondibile, cartina rossa trasparente che mi piaceva mettere davanti agli occhi, per gioco, per colorare tutto il mondo.

Rossana2

Chi era bambino negli anni ’70, come me, forse la ricorderà, perchè era di una marca, al tempo, molto famosa e mi sembra di averla vista circolare anche recentemente, sebbene adesso sia meno diffusa e conosciuta.

E così, a quel tempo, forse gli adulti non sapevano che stavano donando uno stimolo piacevole, oltre che per le mie papille gustative, anche per i miei neuroni cerebrali, che la dolce caramella metteva in movimento grazie al suo prezioso involucro. Infatti il mio cervellino cominciava a pensare: “Ma dunque, il mondo davanti a me non è così come lo vedo in sé e per sé, ma dipende anche da me che lo guardo, dai miei occhi e dalla cartina trasparente che metto davanti a loro.

iride arcobaleno

E se la cambio o la tolgo, tutto si modifica istantaneamente. Allora, cambiando il colore che metto davanti ai miei occhi, il mondo può avere tutti i colori dell’arcobaleno e posso scegliere quello che mi piace di più e anche decidere di cambiarlo.”
Immagino che questa sia stata un’esperienza comune a molti bambini della mia età, che faceva di noi, a nostra totale insaputa, dei piccoli filosofi della conoscenza, insomma, degli “epistemologi in erba”.

Allora, sicuramente non potevamo sapere che anche la fisica quantistica ci avrebbe dato ragione: a livello subatomico, la realtà osservata è influenzata dalla teoria di chi la osserva. Oggi molti lo danno per scontato.

E nemmeno potevo prevedere che da grande avrei ritrovato una simile analogia nel pensiero degli psicologi costruttivisti.

Ma andiamo con ordine.

E’ il 1955 quando George A. Kelly, psicologo statunitense, pubblica ” The Psychology of Personal Constructs”, condividendo, così, pubblicamente la sua Teoria Psicologica dei Costrutti Personali.

Sebbene si possano rintracciare antecedenti di questa visione nel mondo filosofico, e in particolare nel ‘6/700 con Gian Battista Vico, è da qui che ha inizio quello che prese poi il nome, più generale, di “orientamento costruttivista” in psicologia e che raggrupperà il pensiero e il contributo di molti diversi autori. Per citarne alcuni: Jean Piaget, Gregory Bateson, Kurt Lewin, Paul Watzlavich, Lev Vygotskij, Ernst von Glaserfeld, Heinz von Foerster, Humberto Maturana, Francisco Varela.

In generale, l’approccio costruttivista considera la conoscenza come un atto di “costruzione”, in cui soggetto e oggetto non sono nettamente distinguibili, perchè i fenomeni osservati non possono essere scissi dal sistema di chi osserva.

E’ possibile distinguere una forma di pensiero costruttivista più radicale, che investe vari ambiti culturali e scientifici, e un costruttivismo più strettamente delimitato all’ambito della psicologia.

Il costruttivismo radicale si configura come una teoria generale della conoscenza, come una posizione epistemologica, comune denominatore di molteplici discipline.

Il suo presupposto di base è la constatazione che tutto ciò che sperimentiamo dipende dalle caratteristiche della nostra mente. Cioè la conoscenza non è la percezione diretta dei fatti, ma un processo attivo di interpretazione e costruzione, perché non c’è modo di conoscere qualcosa al di fuori del dominio della nostra esperienza e quindi ciò che sperimentiamo viene “costruito” da noi.

Ciò significa in pratica che, non potendo avere accesso diretto alla “realtà”, l’unica cosa che possiamo fare è confrontare idee sulla realtà con altre idee sulla realtà, considerando valide quelle che si adattano meglio, che “funzionano” meglio come rappresentazione dell’oggetto della nostra conoscenza.

Pensiamo, per esempio, ad un’esperienza comune: in fin dei conti, quando tocchiamo un oggetto solido, immaginiamo ad esempio un tavolo,

tavolo

la fisica ci dice

atomo4

che sono molti più gli spazi vuoti al suo interno di quelli pieni, occupati da atomi e da particelle subatomiche.
Eppure, ai nostri sensi,

colori

si presenta come qualcosa di assolutamente compatto.

Oppure pensiamo ai colori, che sono visibili per noi soltanto in una ristretta gamma di frequenze d’onda dello spettro luminoso…chissà quanti ce ne perdiamo, per il solo fatto di non avere a nostra disposizione un “decoder”più sofisticato!

Se ci spostiamo invece al costruttivismo più delimitato all’ambito della psicologia, possiamo renderci conto di come il nostro modo di pensare, i nostri “filtri cognitivi“, siano co-creatori della realtà che sperimentiamo.

Ogni persona elabora “mappe” di significati personali che consentono di orientarsi nel mondo.

“L’uomo non è prigioniero del proprio ambiente, nè vittima della propria autobiografia”, affermava Kelly, invitandoci, in pratica, a sostituire il “senso di realtà” con il “senso delle possibilità” e quindi a disgregare le nostre “prigioni interiori” aprendoci a nuovi orizzonti.
FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

libro kelly

Kelly G. A., La psicologia dei costrutti personali, Ed. Cortina, Milano, 2004


kelly
George A. Kelly

Matematico, fisico, pedagogo e psicologo statunitense, è il fondatore della Psicologia dei Costrutti Personali e autore di un particolare metodo di valutazione psicologica: le griglie di repertorio.

Durante la seconda guerra mondiale fu psicologo dell’aeronautica. Nel 1945 fu nominato direttore del servizio di psicologia clinica dell’Università statale dell’Ohio, dove rimase per vent’anni. Nel 1965 si trasferì alla Brandeis University di Boston.


  • Armezzani M., Esperienza e significato nelle scienze psicologiche, Ed. Laterza, Bari, 2002
  • Fransella F. , Dalton P., Il counseling dei costrutti personali, Ed. Erickson, Trento, 2007
  • Von Foerster, Sistemi che osservano, Ed. Astrolabio, Roma, 1987
  • http://www.interattivamente.it: Giliberto M., Nuove prospettive teoriche in psicologia: la prospettiva costruttivista
  • www. icp-italia.it
Psicologia, Cure Complementari, Benessere

I fragili “guadagni” della sofferenza

Scoprire di avere un sintomo psicologico o psicosomatico (come ansia, panico, depressione, dolori senza una causa organica rilevabile ecc.), certo, non è piacevole. Però a volte, “stranamente”, ci conviviamo fino al punto di permettere al disturbo di radicarsi in noi e di cronicizzarsi, o fino a quando non ne siamo completamente sopraffatti.

Come mai?

Una possibile spiegazione ci viene dai così detti “vantaggi secondari”, cioè da tutti quei benefici che, paradossalmente, possiamo ricavare da una condizione di sofferenza.

Eccone alcuni esempi:

Ottengo più attenzione da parte del mio ambiente sociale

coccole4

Amici, parenti e conoscenti, magari si preoccupano per me, mi manifestano il loro affetto, oppure mettono in atto comportamenti di cura nei miei confronti. Mi stanno più vicini o rinunciano a mete personali, dandomi prova e misura della mia importanza, di quanto sono amato.

Ho la possibilità di pensare di più a me stesso

isolarsi

Riesco a sentirmi bene anche nel rifiutare amicizie, inviti, incontri sociali. Posso smettere di occuparmi di altre persone, per dirigere la mia energia verso me stesso, me stessa, oppure evitare di prendere decisioni importanti…in fin dei conti la mia sofferenza mi permette tutto questo e lo legittima agli occhi degli altri. E poi, in questo caso, non vengo giudicato né egoista, né asociale per i miei comportamenti.

Posso risparmiarmi fatica e lavoro

licenziarsi

Sono giustificato nelle mie assenze o per alcune mie inefficienze nell’attività lavorativa. Oppure posso riposarmi senza essere biasimato. O addirittura licenziarmi o essere licenziato senza sentirmi responsabile o in colpa e senza ricevere critiche da parte di altri.

Più in generale, ho la possibilità di ottenere aiuto e facilitazioni da un punto di vista lavorativo, economico o semplicemente emotivo.

freud e dora
Sigmund Freud e la sua paziente Dora

In “Frammento di un’analisi d’isteria – Il caso clinico di Dora” (1901), Freud scrive che “Il motivo della malattia corrisponde al proposito di realizzare un certo beneficio”, che egli definisce come “la soluzione più comoda nel caso di conflitti psichici”, nella misura in cui “risparmia prima di tutto uno sforzo”.

Dunque, secondo Freud, ogni sintomo psicologico è la via più semplice per ottenere una riduzione delle tensioni generate da una situazione conflittuale.

I lottatori
“I lottatori” – Galleria degli Uffizi – Firenze

Tuttavia questo beneficio si rivela anche un rimedio scarsamente utile e soprattutto poco stabile. Perchè il sintomo compare in sostituzione di un moto pulsionale, che viene relegato nell‘inconscio, ma che rinnova in continuazione la sua esigenza di soddisfacimento, trascinando così l‘io in una nuova ed estenuante lotta difensiva.

Perciò i benefici così ottenuti, si rivelano un “fragile guadagno” (S. Freud, “Inibizione, sintomo e angoscia”, 1926).

Perchè, dunque, aspettare?

Ma soprattutto, perchè, invece, agire.

Per ritrovare un nuovo equilibrio psichico, più adatto alla realtà attuale. Per conoscersi meglio e riprendere possesso delle proprie energie psicofisiche. Per ricominciare a vivere manifestando le proprie potenzialità…Insomma, per avere un futuro più scorrevole, sereno e significativo per se stessi.

Dedicarsi il tempo di un percorso di consapevolezza interiore e di cura dei sintomi psicologici o psicosomatici, ha sicuramente valore e importanza. Significa investire su di sè, sul proprio unico cammino esistenziale ed esperienziale, significa considerarsi preziosi prima ancora che la nostra psiche ce lo ricordi o ci costringa ad accorgercene!
FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

dizionario di psicanalisi

Roland Chemama e Bernard Vandermersch (a cura di), Dizionario di Psicanalisi, Gremese Editore, Roma, 2004


1

Roland Chemama: docente di filosofia e psicanalista a Parigi, è autore di molte pubblicazioni di argomento psicanalitico, soprattutto di orientamento lacaniano. E’ presidente dell’”Assiociation Lacanienne Internationale” e della “Fondation Européenne pour la Psychanalyse”.


bernard-vandermersch Bernard Vandermersch:

Bernard Vandermersch: Bernard Vandermersch: psichiatra e psicanalista a Parigi. E’ membro dell’”Ecole freudienne de Paris”. Insieme a a Roland Chemama, ha diretto la realizzazione del Dizionario di Psicanalisi, coordinando il lavoro di circa settanta diversi autori.


Cure naturali, Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Non solo cervello

Per essere abilitati alla professioneopv2 di psicologo, forse non tutti sanno che oltre alla laurea quinquennale, è necessario dedicarsi, gratuitamente, per un anno, ad un tirocinio presso un servizio pubblico, prima di poter affrontare l’esame di stato, per iscriversi, infine, all’Albo degli Psicologi.

Dal momento che, ancora prima di terminare gli studi, avevo lavorato come operatrice di un club di alcolisti in trattamento, una volta laureata, ho avuto la possibilità di essere inserita come tirocinante, presso il Ser.T-2 di Padova, Servizio per le Tossicodipendenze.

sert
Sede del Ser.T-2 , Via dei Colli – PD

Pur se teoricamente ben preparata, il contatto diretto con la realtà della tossicodipendenza non è stato proprio facilissimo.

Non che mi fossi illusa che diventare psicologa sarebbe stata una cosa diversa. Avevo scelto consapevolmente, per una mia inclinazione naturale (che tuttora persiste) di occuparmi di problematiche sociali che avessero delle componenti psicologiche alla loro base.

Però, uscita dalle aule di studio e dal mondo dei contatti sociali amichevoli degli ambienti universitari, tossico con cane.jpgcerto non mi era semplice rimanere imperturbabile di fronte a persone che, nei loro movimenti, mi sembravano somigliare più a manichini che ad esseri umani, con lo sguardo perso nel vuoto, la mente avvinghiata ad un unico pensiero, il corpo martoriato e ammalato in molte sue parti, le relazioni ridotte a legami violenti e distruttivi o al solo affetto per il proprio altrettanto sfortunato cane, la dignità rasa al suolo. contromano.jpg

Era come se avessero imboccato la strada della propria vita e della propria autorealizzazione in contromano e non riuscissero più, o addirittura non volessero più, invertirne la rotta.

Che le droghe siano un flagello per l’umanità è opinione ampiamente diffusa. Quello che fose non è altrettato risaputo è che, è proprio alla lotta alle droghe e agli studi che ne sono conseguiti, che dobbiamo molto, in termini di conoscenze sulla mente umana e sulla sua mappatura.

Gli anni ’70, quelli in cui Nixon, presidente degli Stati Uniti,

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Richard Nixon, 37° presidente degli USA, 1969-1974

aveva “dichiarato guerra” alle droghe come eroina, cocaina e marijuana, stanziando 6 milioni di dollari a disposizione della ricerca, sono gli anni in cui si sono rese possibili importantissime scoperte, come quella della struttura chimica dei neurotrasmettitori, delle endorfine, dei neuropeptidi e dei loro recettori. In pratica, dell’esistenza di una rete di messaggi biochimici che si estendono a tutto l’organismo.

Ma procediamo con ordine e un passo alla volta, a partire dal 1600.

E’ il 1637 quando Renè Descartes, il filosofo Cartesio,

cartesio1
Rtratto di Renè Descartes di Frans Hals – Louvre – Parigi

pubblica la sua celebre opera “Discorso sul metodo“, in cui viene a patti con la Chiesa, definendo chiaramente i confini tra scienza e spiritualità e ponendo così le basi per un progresso scientifico privo di ostacoli e di particolari scrupoli morali.

Grazie alla sua brillante intelligenza e cultura filosofica, Cartesio elabora una soluzione di grandissimo successo, tuttora non del tutto tramontata: perchè non suddividere la realtà in due settori che la ragione può distinguere? La “Res cogitans” e la “Res extensa“, ciò che è dotato di consapevolezza  e ciò che è puramente materiale, in modo tale che Chiesa e scienza non interferiscano tra loro.

Nel 1700, i filosofi empiristi confermano e approfondiscono la posizione di Cartesio.

Ma è il XIX secolo che concepisce le grandi personalità che hanno in seguito svelato all’umanità l’esistenza di un mondo psichico più vasto di quello percepibile con lo strumento della sola coscienza: Freud, Jung e altri grandi studiosi e pensatori, uomini e, non dimentichiamolo, donne, dell’epoca, hanno posto le basi della psicologia del profondo.

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1911 – Terzo congresso di Picoanalisi a Weimar – Germania

Siamo così giunti oltre la metà del ‘900.

Come sappiamo, la scienza si basa sulla misurazione e ripetibilità dei fenomeni osservati, e naturalmente la possibilità di misurarli dipende a sua volta dalle tecnologie a disposizione.

A mio parere questo è un aspetto molto importante, che spesso non viene abbastanza considerato: ciò che è inesistente, non reale, in una certa epoca, può diventarlo quando siano creati strumenti sufficientemente sensibili alla sua rilevazione e adeguati alla sua misurazione.

Ed è così che agli inizi del ‘900, la mente umana era considerata un epifenomeno,sn1 cioè un fenomeno conseguente, all’attività del cervello e di tutto il sistema nervoso, visto come un sistema dal funzionamento puramente elettrico. Questo perchè gli strumenti a disposizione della ricerca pemettevano di mettere in evidenza quello che può essere considerato, un po’, lo “scheletro” della mente umana. Ma certo mancavano moltissime altre parti, che la ricerca biochimica, dagli anni ’70 in poi, ha potuto evidenziare.

Ora sappiamo che c’è molto di più: per esempio sappiamo che corpo e mente rappresentano un’unità, che il corpo stesso è dotato di intelligenza e che la mente,pnei nella sua completezza, non può essere localizzata in un luogo preciso. Oggi siamo consapevoli che esiste una rete complessa di messaggi bochimici che collegano fra loro tutti i sistemi e gli organi del corpo, traducendosi in emozioni, motivazioni, aspettative, pensieri, comportamenti, insomma…psiche.

E soprattutto abbiamo finalmente compreso che il modo migliore per promuovere la salute psichica è quello di evitare d’interferire con l’intelligenza del sistema mente/corpo ed eventualmente, di aiutare a rimuovere gli ostacoli al naturale benessere.

Una conquista non da poco e sicuramente, non un punto d’arrivo, ma solo l’inizio di quelle che saranno le future acquisizioni della conoscenza.

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FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

molecole di emozioni

Candace B. Pert (1987), Molecole di emozioni, Ed. TEA, Milano, 2000


PertCandace Pert: neuroscenziata e farmacologa statunitense. Laureata in biologia presso il Bryn Mawr College della Pennsylvania, ha lavorato alla John Hopkins University, al National Institute of Health (NIH) e al National Institute of Mental Health (NIMH) come responsabile della sezione di Biochimica Cerebrale della branca di Neuroscienze Cliniche. E’ stata Professore di Ricerca nel Dipartimento di Fisiologia e Biofisica all’Università di Medicina di Georgetown, Washington DC. Ha dimostrato l’esistenza dei  recettori per gli oppioidi e le endorfine nel cervello. La maggior parte delle sue ricerche hanno riguardato lo studio dei peptidi e dei loro recettori e il ruolo dei neuropeptidi nel funzionamento del sistema immunitario. Ha tenuto conferenze in tutto il mondo su questo tema e sul ruolo delle emozioni nella comunicazione corpo/cervello.


 

 

Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Persone – oggetti: il Panopticon, una metafora architettonica per riflettere.

In un libro a mio parere molto interessante, “La terapia come narrazione”, Michael White, terapeuta della famiglia, condivide un’osservazione clinica importante: in diversi casi a cui ha lavorato, le persone sembravano identificare se stesse con il problema che li aveva motivati a rivolgersi a lui, ed avevano difficoltà a distanziarsene per poter riferire quali effetti avesse tale problematica sulla propria vita e sul proprio mondo relazionale. 

A partire da questa osservazione, White riflette su quanto siano diffuse nella società occidentale le tendenze culturali “oggettivanti” nei confronti delle persone e del loro corpo, cioè tutte quelle pratiche per cui le persone vengono incoraggiate ad entrare in relazione con se stesse, con il proprio corpo e con gli altri, come se fossero oggetti

E sul filo di questa riflessione, White ricorda gli studi di Michel Foucault, intellettuale francese, filosofo e sociologo del ‘900, che si definiva “storico dei sistemi di pensiero”, secondo il quale tale tendenza oggettivante sarebbe in relazione con una moderna forma di potere e di controllo sociale. E questo fin dal 1656, in coincidenza con l’apertura dell’ Ospedale Generale di Parigi, con il proliferare di quelle che, secondo Foucault, possono essere definite “pratiche di divisione” e “pratiche di classificazione scientifica”.

A questo proposito, White riporta anche una dettagliata e interessante descrizione e analisi, sempre tratta dagli studi di Foucault, riguardante il “Panopticon”, una forma architettonica ideata dal giurista e filosofo inglese Jeremy Bentham, pochi anni prima del 1800.

Malgrado le buone intenzioni di Bentham, famoso anche per le sue idee a sostegno dei più deboli e animato, sembra, da un sincero intento educativo e formativo, secondo Foucault il Panopticon era in pratica un “modello” particolarmente efficiente ed economico di organizzazione delle persone nello spazio, adatto a poterle facilmente controllare e rendere docili e utili.

Non era del tutto una novità, in quanto riprendeva e perfezionava le caratteristiche di altre strutture già sviluppate, ad esempio in accampamenti militari, monasteri, scuole.

Come forma architettonica , il Panopticon è costituito da un edificio circolare, con un cortile al centro,  o da una serie di edifici sistemati intorno ad un cortile centrale.

 

 

 

L’edificio poteva avere più livelli, ognuno dei quali era suddiviso in piccoli spazi (ad esempio “celle” o “laboratori”, a seconda della natura e degli scopi dell’ organizzazione), con una finestra verso l’esterno, che permetteva l’entrata di luce naturale, e un’ampia apertura in direzione del cortile interno. Nessun’ altra apertura sui lati, dunque nessuna possibilità di comunicazione con gli occupanti delle altre stanze.

Ciascuno di questi singoli spazi si affacciava su una torre di osservazione al centro del cortile, in cui risiedevano, in corrispondenza dei diversi livelli, i guardiani, che potevano avere una visione ininterrotta di tutte le attività che avevano luogo nei singoli spazi.

L’osservazione era facilitata dall’ illuminazione posteriore, per cui le persone erano visibili in netto rilievo, niente poteva sfuggire al controllo. Al contrario, mediante un’ accurata disposizione di porte e finestre, la torre era costruita in modo tale che coloro che si trovavano negli spazi individuali non potessero vedere all’ interno di essa e quindi, non sapendo precisamente quando venissero osservate, non avessero altra alternativa che pensare di essere in ogni momento sotto gli occhi di un guardiano, percependosi come oggetti di uno sguardo onnipresente.

Dunque questo meccanismo di potere aveva l’effetto di indurre le persone ad agire in maniera autolimitante e disciplinata, in modo anche economicamente vantaggioso: non occorrevano molti guardiani, perchè potevano spostarsi da un punto di osservazione ad un altro, e loro stessi dovevano autodisciplinarsi, non sapendo quali, tra i frequentatori della torre, fossero i supervisori…insomma, una macchina efficientissima.

Lo sguardo onnipresente percepito dalla persone che occupavano gli spazi individuali, era uno sguardo “normalizzatore”: gli individui potevano essere classificati, qualificati, misurati, confrontati, differenziati e giudicati secondo le norme stabilite dall’ organizzazione. Le persone si sarebbero sentite costantemente valutate sulla base di queste regole, inoltre la struttura garantiva le condizioni ideali per l’addestramento e la correzione di ogni deviazione dagli standard prefissati. L’ errore, e dunque anche la punizione, non era necessariamente connesso ad un senso etico, ma piuttosto ad un fallimento di performance.

Per di più, l’esistenza di uno schedario ampliava le possibilità di normalizzazione: vite reali venivano trasformate in scrittura, le persone erano “catturate e fissate in una pagina scritta”, si potevano stilare statistiche. Lo schedario, insomma, era uno strumento di formalizzazione dell’individuo, un meccanismo importante in questa nuova forma di controllo. Perchè in tali condizioni i soggetti diventavano costantemente vigili riguardo al proprio comportamento, valutavano tutte le proprie azioni e gesti in base ai desideri dell’organizzazione e qualora individuassero qualche anomalia o deviazione nella propria condotta, erano indotte a rivolgersi al proprio corpo e a se stessi come a un oggetto e ad impegnarsi in operazioni disciplinari e correttive per rendersi docili. Diventavano in sostanza guardiani di se stessi, oggetto della popria sorveglianza e, paradossalmente, principio della propria sottomissione

Non solo ogni persona si sentiva controllata in ogni momento in relazione alle regole e alle norme dell’organizzazione, ma era anche isolata nella sua esperienza, non poteva confrontarsi con altri, generare conoscenze alternative, creare coalizioni, non poteva in pratica sottrarsi e ribellarsi. Il “contropotere” era così efficacemente neutralizzato. Si può dire che il Panopticon fosse un modello di riuscita, completa ed economica sottomissione delle persone.

Foucault contrappone questo schema di moderno potere al potere più antico, in cui il sovrano imprimeva nel popolo la sua volontà, spesso attraverso costosissime cerimonie e spettacoli, volgendo il riflettore su di sè. Al contrario, nella forma di potere più moderno, la fonte del controllo è invisibile ai soggetti, sono loro stessi a trovarsi sotto il riflettore,  ad essere sempre visibili, e questo è molto più economico ed efficace. In pratica si sostituisce un potere che si manifesta attraverso lo splendore di chi lo esercita, con un potere che insidiosamente oggettivizza coloro su cui si applica. (Foucault 1979). 

Il Panopticon si presta duque ad essere la metafora di un meccanismo nel quale tutte le persone sono allo stesso tempo oggetto e strumento o veicolo del potere. E’ una macchina in cui ciascuno è “afferrato”, sia quelli che esercitano il potere sia quelli su cui il potere viene esercitato.

Come forma architettonica, forse non ha avuto la diffusione che Bentham si sarebbe augurato, ha costituito un modello per lo più solo per ospedali e prigioni. Se ne possono trovare comunque esempi, anche abbastanza recenti, in molte parti del mondo (ad esempio Cuba, India, Cina, Londra, Germania dell’ Est, Stati Uniti).

Anche noi, in Italia, abbiamo avuto il nostro Panopticon: il carcere borbonico di Santo Stefano,

 

nell’isoletta omonima di fronte a Ventotene, recentemente proposto come “simbolo della cultura e dell’ identità europea da recuperare“,  il cui rdomandaestauro, la cui “riconversione degli spazi accessori in locali che possano ospitare incontri e convegni, nonché una scuola ‘di Alti Pensieri‘ da aprire ai giovani della futura classe dirigente europea” , arricchiti anche dalla costruzione di un approdo e di un eliporto, sono già iniziati, ed una prima fase di conclusione dei lavori è prevista per il 2020. Lo scopo è quello di trasformare l’antico carcere “in una “foresteria dove formare l’elite della classe dirigente che governerà l’Europa nei prossimi decenni“. (Fonte: ansa.it)

E si sta pensando ad un restauro anche per il padiglione Conolly dell’ ex ospedale psichiatico San Nicolò di Siena, anch’ esso ispirato al progetto di Bentham per il monitoraggio costante dei pazienti. (Fonte: iluoghidelcuore.it)

 

Tuttavia, secondo Foucault, l’ idea che fosse possibile e desiderabile “formare”, “disciplinare”, controllare socialmente le persone attraverso l’azione anonima e automatica del potere, è sopravvissuta ed è stata abbracciata al di là della semplice aplicazione architettonica.

La tecnologia del potere e l’oggettivazione delle persone e del loro corpo, com’era stata proposta nel Panopticon, è stata globalmente installata al servizo dell’economia. “Gestire l’aggregazione degli uomini era necessario per l’accumulazione di capitale, per il decollo economico dell’Occidente” (Foucault, 1979). Questa tecnolgia avrebbe reso possibile la nascita del capitalismo, così come delle scienze umane: “…le discipline caratterizzano, classificano, specializzano; distribuiscono lungo una scala, intorno a una norma, stabiliscono gerarchie tra gli indvidui e, se necessario, squalificano e invalidano” (Foucault, 1979).narrazione1

Tornando al libro di White, “La terapia come narrazione“, ho letto questa sua digressione sul Panopticon con molto interesse e soprattutto…con molte inaspettate associazioni di idee.

Toglietemi una curiosità: solo a me vengono in mente alcuni aspetti della realtà attuale o della storia dell’ ultimo secolo? Dico alcuni, non tutti naturalmente, non sono sostenitrice di una visione paranoica e complottistica della società e non incito alla ribellione inconsapevole, che non è altro che l’altra faccia della stessa medaglia. Non sottovaluto nemmeno i molti aspetti positivi del periodo attuale.

Ma mentre leggevate, la vostra mente non è scivolata spontaneamente ad alcune analogie, anche semplici e immediate, con immagni o contenuti di documentari storici, notizie del telegiornale, programmi televisivi di intrattenimento, aspetti della scienza, della salute, della politica, dell’ economia, del mondo del lavoro, della società in generale?

 

Ecco, parlando di attualità, in un’epoca in cui spesso ci si confronta con la “norma” nel fisico e nella psiche,

 

guardandoci dall’esterno come fossimo “oggetti“,

 

più o meno adeguati, più o menoutili“, utilefioreperdendo a volte il senso e il gusto del vivere in base ad una semplice deviazione dagli “standard” dominanti, io credo sia importante, importantissimo, riprendere il contatto con noi stessi e consapevolizzare il valore della nostra unicità.       

E più strettamente riguardo alla psiche, in un periodo in cui, di fronte a malesseri come depressione, ansia, attacchi di panico o disorientamento esistenziale solo per citarne alcuni, la risposta più comune è quella che porta a mettere a tacere i sintomi e a norpsicofarmacimalizzare i livelli dei neurotrasmettitori con un intervento esterno, ricorrendo a psicofarmaci, io credo che non sempre questa sia una via necessaria o la più utile, e che a volte valga la pena di ascoltare le esigenze e i messaggi più profondi della nostra psiche, regalarle del tempo per dialogare con le immagini che abitano dentro di noi, diventare consapevoli di ciò che siamo più integralmente.

Almeno un dubbio, secondo me, uno spunto di riflessione, vale la pena di averlo. Spingendo l’arte del dubbio e della rifessione oltre le “norme dominanti”, una cosa è sicura: non si fa “peccato”, non si danneggia nessuno…possiamo permettercelo.

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FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

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White, M. (1992), La terapia come narrazione, proposte cliniche, Roma, Asrolabio

Foucault, M. (1965), Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 1979

Foucault, M. (1971), Microfisica del potere, Torino, Einaudi, 1977

Foucault, M. (1973), Nascita della clinica, Torino, Einaudi, 1977

Foucault, M. (1973), Sorvegliare e punire, Torino, Einaudi, 1976


White1Michael White: si è formato in Australia come terapeuta sistemico, è stato il direttore del “Family Therapist Dulwich Centre” di Adelaide. E’ considerato il fondatore della Psicoteapia Narrativa

 

 


foucault michelMichel Foucault: filosofo, sociologo, storico della filosofia, storico della scienza, accademico e saggista francese. E’ considerato un intellettuale di spicco ed un  grande pensatore del XX secolo. Autore di importanti opere, fu docente, negli anni ’70, al College de France.

 

 


 

Psicologia, Cure Complementari, Benessere

I doni dell’ ascolto profondo

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“Chi trova un amico trova un tesoro”, dice un famoso proverbio…Beh, uno psicologo non è propriamente un amico…ma è un professionista che mette al servizio di chi lo richiede le proprie conoscenze, capacità e competenze, la propria umanità e la propria “arte“.
E certo non può, anche per questioni di deontologia professionale, fornire quella vicinanza affettiva che un amico di vecchia data o una persona con cui ci sentiamo in grande affiatamento e intimità, può darci.
Però, in un certo senso, alcune funzioni che lo psicologo svolge sono simili a quelle dell’amicizia perchè prima di tutto, quello che ci aspettiamo da un’amico, è che ci conosca meglio di altre persone, che sia interessato a capire chi siamo e che comprenda nella sua essenza ciò che gli confidiamo. E questo è proprio quello che generalmente si propone di fare, ma non solo, lo psicologo, attraverso colloqui di ascolto profondo, quando ci rivolgiamo a lui (o a lei).
Di solito, per aprire serenamente il nostro animo ad un’altra persona abbiamo bisogno di un prerequisito fondamentale: la fiducia nel fatto che non ci tradirà, che non ci giudicherà e non rivelerà a nessun altro quegli argomenti delicati, quelle confidenze così preziose ma così legate, spesso, alla nostra vulnerabilità, che con tanta fatica abbiamo messo nelle sue mani. In questo la figura dello psicologo (ma anche di altre professioni, come lo psicoterapeuta o lo psichiatra) è avvantaggiata, perchè vincolata per legge, ma prima di tutto per etica, al segreto professionale.
Il malessere che può motivarci nel cercare un aiuto psicologico, diceva Freud, è solo la “punta di un iceberg“, di fronte alla quale possiamo mettere in atto diverse strategie:

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per esempio possiamo distrarci, cercar di non sentire o non pensarci, ricorrere a momenti di evasione, bere, drogarci, dimenticare…salvo poi, ad effetto concluso, ritrovarci con lo stesso problema di prima, se non addirittura aggravato…Oppure? Oppure è possibile scegliere di confrontarci con la nostra interiorità, è possibile esplorare gli “abissi” in cui si cela il nostro mondo emotivo segreto, spesso “congelato”. E per far questo può essere utile avvalersi dell’aiuto di un compagno di viaggio esperto e preparato, che ci faciliti nell’immersione, ma soprattutto che sia in grado di riportarci alla superficie in salute, una volta completata con successo la “missione”. Scopo pricipale è il recupero di parti essenziali di noi stessi,

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senza le quali il nostro Sè psichico non smette di inviarci segnali di sofferenza e di disturbo, proprio come accade per il nostro corpo, quando una parte dell’organismo perde la sua integrità o armonia con il tutto.
Una situazione di counseling e sostegno psicologico è dunque un’occasione per prendersi cura di se stessi, per far “cambiare marcia” alla nostra esistenza, per rallentare il tempo di una vita dai ritmi sempre più incalzanti e permetterci di “aspettare” la nostra anima. Perchè sentimenti ed emozioni non riguardano solamente la sfera della “testa”, ma coinvolgono anche “cuore” e “pancia”, appartengono a processi più viscerali e necessitano perciò di tempi più lenti per essere percepiti e vissuti pienamente e per poterne decodificare l’importante significato. Sintonizzarsi con la propria realtà profonda e darle attenzione, significa intensificarla e dare spazio a parti di noi trascurate o inascoltate.
Il cambiamento interiore, però, richiede anche qualcosa di più della consapevolezza. Molte volte può sembrarci di conoscere le nostre difficoltà e sofferenze in maniera dettagliata e pur tuttavia non riucire a venirne fuori. E’ infatti un dono della condivisione quello di poter innescare un processo di trasformazione.
Da certi punti di vista ogni esperienza di sofferenza emotiva può essere considerata una struttura “positiva” che è stata minacciata, interrotta o perduta e un percorso di consulenza psicologica può aiutare a ritrovarla. Elaborare la sofferenza significa, infatti, dare espressione ad emozioni e ricordi dolorosi ed è solo quando questo avviene, che è possibile apprezzare i vissuti positivi e riappropriarsi dei bei ricordi che sono immancabilmente ad essa associate. E solo dopo ancora, possono riemergere le proprie risorse interiori. Allora, dallo stato di malessere iniziale, i pensieri diventano più chiari, gli atteggiamenti più positivi e può riemergere la speranza e la visione del futuro.
Ad esempio, paradossalmente, la perdita di una relazione amorosa può diventare con il tempo il punto di partenza per un amore più profondo verso un’altra persona o verso noi stessi; un fallimento può riaprire la questione di cosa intediamo realmente per successo e come raggiungerlo; un tradimento può schiarirci la mente e riorientarci verso persone più degne della nostra fiducia; un rifiuto può motivarci a guardare verso direzioni più in sintonia con la nostra vera natura; un’umiliazione può spingerci a trovare strumenti per rinforzare l’ autostima; minacce alla salute o integrità fisica possono darci l’occasione per imparare a potenziare la capacità di autoproteggerci e tutelare la nostra sicurezza.
In generale è’ importante tener presente che, nelle sedute di affiancamento con uno psicologo o una psicologa, pur trovandoci in una relazione di aiuto e sostegno, è fondamentale per il nostro benessere che rimaniamo sempre protagonisti della nostra storia. Dunque nostra rimane anche la responsabilità di agire ed eventualmente cambiare. Lo psicologo dev’essere inteso un po’ come un compagno di viaggio, che ci affianca con la mappa, ci aiuta ad evitare gli ostacoli, suggerisce le rotte più promettenti e ci ricorda quali precedenti itinerari hanno avuto maggior successo.
Insomma: “Bravi naviganti nascono da mari in tempesta”, dice il saggio.

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A volte può essere inevitabile nella vita dover attraversare momenti di travaglio e difficoltà più o meno grandi, l’importante è far sì che diventino un’occasione in più per acquisire esperienza e maestria.
Paradossalmente, quella stessa ferita dell’anima che motiva l’inizio di un viaggio di esplorazione dentro noi stessi, una volta sanata può diventare un punto di forza e la base per una struttura più solida e sicura.velasole4

FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

l'ascolto profondo

Jerome Liss, L’Ascolto profondo, ed. La Meridiana, Molfetta (BA), 2004


Liss

Jerome Liss: psichiatra e psicoterapeuta statunitense, ha studiato medicina all’ Abert Eintein College of Medicin e psichiatria ad Harvard University, Boston. E’ stato fondatore e direttore della Scuola Italiana di Biosistemica e ha condotto gruppi di formazione in psicoterapia in Europa. Tra le sue pubblicazioni: La comunicazione ecologica (ed. La Meridiana, 2005) e Apprendimento attivo (ed. Armando, 2000).


Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Confidarsi o non confidarsi, ma soprattutto…con chi?

Ci sono periodi in cui l’esistenza ci mette alla prova e siamo costretti, malgrado noi,  ad affrontare sofferenze più o meno grandi, per motivi più o meno razionalmente validi. Possono essere momenti transitori, particolarmente delicati, come un cambiamento importante nella vita, una perdita affettiva o economica o di autostima, difficoltà di relazione e comunicazione, un senso di disorientamento e indecisione, lo stress che si accumula giorno dopo giorno. Ma può trattarsi anche di questioni molto più gravi e traumatiche: incidenti, malattie, violenze, lutti, shock, situazioni che bloccano il normale corso della vita e “congelano” le emozioni e le risorse interiori. Oppure, non sappiamo perchè, ma i nostri pensieri creano nella mente vortici continui da cui non riusciamo ad uscire, forse per anni, senza darci tregua. O non sappiamo gestire emozioni troppo forti e disturbanti: paura, panico, rabbia, gelosia, invidia, tristezza, disgusto, svalutazione di sè o degli altri, senso d’ impotenza, solitudine, “anestesia”, mancanza di voglia di vivere.

Sono tutte situazioni che richiedono un aiuto specialistico e in cui la ricerca di un supporto nelle normali interazioni quotidiane, può rivelarsi deludente se non addirittura controproducente.

Viviamo in una società caratterizzata da tempi sempre più rapidi e impegni sempre più pressanti. E’ facile sentirsi soli, chiusi, senza sostegno. In famiglia rimangono brevi ritagli di tempo per comunicare e spesso, i pochi momenti di relax della giornata vengono tascorsi davanti alla televisione.  In certi casi marito e moglie preferiscono addirittura non parlarsi piuttosto che litigare. I bambini piccoli devono trascorrere la maggior parte del tempo con figure sostitutive o davanti a cartoni animati. Gli adolescenti non si sentono compresi nella loro fase di crescita e cambiamento e tendono a chiudersi in se stessi o a cercare modelli di riferimento non sempre utili e “salutari”.

Creare amicizie importanti e profonde non è facile, spesso è più semplice condividere con gli amici momenti spensierati e divertenti, senza appesantirli con i nostri problemi.

I rapporti con i colleghi possono essere “inquinati” da sentimenti di competizione e rivalità, o semplicemente l’ambiente di lavoro non è il contesto migliore in cui affrontare questioni personali.

Dunque: che differenza c’è fra una conversazione normale, quotidiana e una professionale in un contesto di counseling?

Innanzitutto la relazione di counseling ha uno scopo, anzi, più scopi, ed è caratterizzata da una struttura connessa ad una strategia. Consente alla persona che la richiede, di avere uno spazio e un tempo regolare e rallentato per poter riflettere su di sè e su ciò che si è presentato come un problema. Permette di contattare autenticamente emozioni profonde, a volte persino nascoste a se stessi o rinchiuse in piccoli angoli della mente o del corpo. E con l’aiuto e il sostegno di una persona professionalmente preparata, è possibile tradurre le emozioni in significati e rintracciare il filo di un discorso interiore importante, far emergere la trama di una storia unica e speciale…insomma, riprendere a vivere con più connessione e consapevolezza di sè.

La comunicazione nelle interazioni quotidiane, lo scambio di idee, la semplice conversazione, con chi fa parte normalmente della nostra vita sociale, può essere senz’altro piacevole, utile e arricchente. Però in certi casi, quando le questioni da affrontare sono dei veri e propri “pesi” anche per noi, allora si possono presentare dei limiti, delle vere e proprietrappole.

Ad esempio: riesco ad esprimermi completamente? Posso essere autentico nel descrivere quello che provo? Trovo comprensione rispetto alle mie idee? Il mio ascoltatore comprende il punto essenziale di quello che dico?

Vediamo allora quali sono le “trappole” più comuni:

1. LE INTERRUZIONI FREQUENTI

“So cosa vuoi dire”, “E’ successo anche a me”, “Ma veramente?!”, “Lasciami dire che…”.

Chi ci ascolta interviene prima che abbiamo avuto la possiblità di esprimerci completamente. Forse non se ne rende conto, forse non riesce a trattenersi o  non vuole dimenticare quello che gli è venuto in mente mentre stavamo parlando, o gli fa piacere dimostrare partecipazione oppure, al contrario, cerca di minimizzare.

Bene se questo atteggiamento è occasionale, ma se si verifica troppo spesso, può generare senso di incomprensione, amarezza o adirittura offesa.

2. IL RUBARE LA SCENA

“Davvero? Mi è successa la stessa cosa l’altro giorno, pensa che…”, “So cosa vuol dire, io di solito in questo caso faccio così…”, “Lascia che ti racconti cos’è successo a me…”

L’intenzione può essere buona: quella di farci star meglio facendoci capire che non siamo gli unici ad aver avuto un certo tipo di esperienza, in un certo senso “mal comune, mezzo gaudio”.  Ma in realtà, in questo modo, chi ci ascolta non ci permette di avere tutta l‘attenzione necessaria per chiarire a noi stessi e a lui, quello che è successo e ciò che proviamo.

3. L’ OPPOSIZIONE

“Assurdo!”, “Ridicolo!”, “Sei fuori di testa!” “Dimmi che non lo pensi veramente!”.

Ci sono persone dalla mentalità rigida, fondata sui concetti di “giusto” e “sbagliato”, “vero” e “falso”, “corretto” e “scorretto”. Non riescono a tener conto della complessità e variabilità del reale, dell’esistenza di un’intera gamma di sfumature nell’esperienza umana. Vedono una sola strada per giungere ad una soluzione, quella proposta da loro stessi, mentre ritengono che tutti gli altri possibili approcci abbiano risvolti negativi. Perciò non riescono ad ascoltare con rispetto fino alla fine un punto divista diverso dal proprio.

Nonostante l’ immancabile buona intenzione, quella di evitarci brutte esperienze, questa modalità di ascolto è assolutamete controprducente: induce la persona a nascondere i suoi reali pensieri ed emozioni, rafforza la distorsione della percezione di sè, crea una “maschera” più o meno falsa. E soprattutto ci blocca nella capacità creativa di trovare una soluzione.

4. IL NEGARE L’IMPORTANZA

“Lascia perdere!”, “Non vale la pena di prendersela!”, “Che esagerato!”, “Sei troppo sensibile!”, “Ma non ci pensare!”, “Pensa positivo!”, “Ci sono ben altri problemi!”.

Chi ci dice così lo fa sicuramente per il nostro bene, cerca di distrarci dal problema e alleggerirne il peso. Ogni tanto questa strategia può essere anche utile, se però chi ci ascolta nega sistematicamente i nostri vissuti, allora facilmente genererà in noi un senso di isolamento e confusione rispetto al nostro stesso sentire. Chiusura, repressione, estraneità, sensazione di non poter essere se stessi, sono i più probabili esiti di questa modaltà di ascolto.

5. LA DENIGRAZIONE

“Sei pazzo!”, “Sei un debole”, “Che imbecille!”, “Idiota!”

Spesso questi commenti denigratori arrivano da persone che a loro volta hanno subito lo stesso tipo di trattamento in qualche circostanza della loro vita e diventano così sprezzanti verso gli altri: è un circolo vizioso. Solitamente l’intenzione non è quella di distruggere la nostra autostima ma quella di farci tenere “i piedi per terra”o rimetterci sulla “giusta via”. E invece la maggior parte delle volte l’effetto è negativo: distrugge la fiducia nell’ascoltatore e in noi stessi, ci umilia, danneggia la nostra capacità di pensare a possibili soluzioni e di prendere decisioni.

6. IL SARCASMO

“Certo solo a te poteva succedere!”, “Credi di essere speciale?”, “Se vuoi evitare certe situazioni perchè non fai l’eremita?”, ” Tipi come te sono ben strani!”, “Dai, scendi dal piedistallo!”.

Il sarcasmo per certi versi è simile alla denigrazione, però fortunatamente chi lo utilizza ha, in più, senso dell’umorismo, creatività, arguzia, desiderio di sdrammatizzare.

In certe situazioni può essere utile e divertente, ma quando le questioni sono serie, il sarcasmo può aggiungere ulteriori elementi di pesantezza e svalutazione, o può agganciarsi a ferite del passato generando sfiducia, amarezza, solitudine.

7. LE PREDICHE MORALISTICHE

“Te l’avevo detto!”, “La prossima volta stai più attento!”, “Avresti dovuto immaginarlo!” “Sapevi a cosa andavi icontro!”, “Avresti dovuto comportarti diversamente!”.

Sono tutte espressioni moralistiche che hanno lo scopo di farci riflettere su quali siano i comportamenti moralmente più corretti o gli atteggiamenti più prudenti.

Ma “fare la morale” è un modo per imporre i propri valori agli altri, interrompe il dialogo, instilla un senso di colpa spesso improduttivo.

8. I CONSIGLI PREMATURI

“Da’ retta a me…” “Lascia che ti dia un consiglio…”, “Dovresti…”, , “L’unico modo per venirne fuori, secondo me è…”.

Questa è la trappola generalmente più frequente nella conversazione quotidiana. Il problema non sono i consigli in sè, ma la loro intempestività.

Spesso, nell’aprirci gli altri, non siamo alla ricerca di un consiglio, o per lo meno non in maniera immediata. Abbiamo bisogno principalmente di essere ascoltati per alleviare la tensione e chiarirci i diversi aspetti del problema. Al contrario, chi ci ascolta può presupporre erroneamente che abbiamo bisogno di una soluzione urgente e tende a fornircela subito, interrompendo così bruscamente un processo importante. C’è un tempo per contattare la sofferenza e scaricare le emozioni, c’è un tempo per comprendere il problema mentalmente e c’è un tempo per la ricerca della soluzione. Sono fasi importanti  che devono essere rispettate senza interrompere, senza dare consigli prematuri, senza far deviare la comunicazione.

9. L’ESPRESSIONE NON VERBALE NEGATIVA

Scuotere la testa in segno di “no”, assumere un’espressione di disappunto, aggrottare la fronte con aria scettica, sollevare lo sguardo mostrando esasperazione.

Studi sulla comunicazione umana affermano che almeno il 50% dell’impatto di un messaggio proviene dalle sue componenti “non verbali”.

Per rivelare i nostri aspetti profondi abbiamo bisogno di sentirci al sicuro. Se, mentre stiamo parlando, il nostro interlocutore esprime commenti inadatti attraverso espressioni fisiche non verbali, possiamo sentirci non creduti, giudicati, sbagliati. Il suo influsso negativo può durare per ore o giorni e spesso agirà al di sotto della chiara consapevolezza producendo in noi un senso di insicurezza ancora più dannoso.

In conclusione: non rimaniamoci male se i nostri familiari o amici o conoscenti non dovessero riuscire ad avere sempre la migliore reazione di fronte alle nostre confidenze di problemi o sofferenze. Nella maggior parte dei casi non sono preparati per questo. A volte e’ meglio non caricarli di troppe aspettative e piuttosto darsi la possibilità di riflettere se sia il caso di contattare un professionista. Potrebbe essere più facile e utile di quello che si pensi, potrebbe essere la mossa giusta per evitare le trappole della comunicazione quotidiana!

FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

l'ascolto profondo

 Jerome Liss, L’Ascolto profondo, ed. La Meridiana, Molfetta (BA), 2004


LissJerome Liss: psichiatra e psicoterapeuta statunitense, ha studiato medicina all’ Abert Eintein College of Medicin e psichiatria ad Harvard University, Boston. E’ stato fondatore e direttore della Scuola Italiana di Biosistemica e ha condotto gruppi di formazione in psicoterapia in Europa. Tra le sue pubblicazioni: La comunicazione ecologica (ed. La Meridiana, 2005) e Apprendimento attivo (ed. Armando, 2000).