Benessere, Psiche, psicologia, Wellness

I perchè della Mindfulness

Come abbiamo visto nel precedente articolo, la Mindfulness non è solo una moda passeggera ma è un’antica pratica proveniente dall’Oriente e studiata approfonditamente in Occidente.

Consiste semplicemente nello sviluppare, attraverso specifici esercizi, la capacità di focalizzare la mente sui propri contenuti, senza giudizio, senza censure, senza paure. E qualora si presentino delle distrazioni, nell’ esserne consapevoli e nel riportare gentilmente l’attenzione al proprio vissuto nel momento presente.

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Dunque, dov’eravamo rimasti?…Ad una domanda che può sorgere spontaneamente: ma come funziona la Mindfulness? Quali sono i meccanismi che la rendono efficace e utile psicologicamente e psicosomaticamente?

Una riflessione importante e dettagliata su questo punto è stata avviata da Bayern nel 2010, un ricercatore che ha proposto alcune spiegazioni a riguardo.

Innanzitutto la mindfulness incrementa la consapevolezza di sé e della vita quotidiana, ma soprattutto, consente di divenire più coscienti dei propri valori e di allineare i propri comportamenti a questi.

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Infatti, come abbiamo visto, allenandosi a consentire l’esistenza di vissuti anche sgradevoli e indesiderabili, senza necessariamente reagire, è possibile sviluppare una maggiore flessibilità psicologica e una migliore capacità di scelta.

Un altro fattore importante è lo sviluppo, grazie alla Mindfulness, di un atteggiamento di amichevolezza verso se stessi, di auto accettazione.

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Cioè permette di non colpevolizzarsi, non fuggire dalle esperienze interne o esterne difficili, non rimanerne intrappolati, ma di riuscire, invece, ad accoglierle, rafforzando la propria capacità di influire sulle direzioni della propria vita.

E tutto ciò si traduce, in sostanza, in una migliore abilità nella regolazione delle emozioni. Con questa espressione s’intende la capacità di determinare quanto farsi coinvolgere dalle proprie emozioni ed il modo di esprimerle. Un elemento che studi recenti, hanno messo in luce essere un fattore chiave nella salute mentale, dal momento che diverse forme di psicopatologia

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sembrano avere in comune proprio una compromissione, più o meno grave, nella capacità di modulare le proprie emozioni e la tendenza a mettere in atto strategie disfunzionali per evitarle. Strategie che possono avere anche un certo effetto a breve termine, ma che solitamente, a lungo termine, provocano un peggioramento delle condizioni.

Gli interventi basati sulla Mindfulness differiscono da altri modelli di trattamento per un punto molto importante: questa pratica oltrepassa tali strategie e meccanismi di difesa, e insegnando al paziente a notare le distrazioni e a non farsene coinvolgere, consente un confronto diretto con i propri vissuti disturbanti, aumentando così la capacità di tollerarli ed accoglierli nella sfera della coscienza.

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In tal modo le energie psicologiche della persona sono restituite al controllo dell’io e quindi le capacità di influenza della persona sulle direzioni della propria esistenza non possono che rafforzarsi.

Da un punto di vista neurofisiologico, si è riscontrato che la Mindfulness è in

neurofisiologia

grado di produrre cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello, come ad esempio un incremento dell’elaborazione cognitiva ed emotiva e miglioramenti nell’attenzione e nella memoria di lavoro (cioè nella memoria a breve termine). In sintesi, tutto questo si traduce in una migliore funzionalità psicologica e nella riduzione di sintomi.

Ma ci sono anche altri modelli esplicativi che, da punti di vista diversi, possono spiegare i benefici che la Mindfulness apporta.

Ad esempio, secondo la Teoria dei Sottosistemi Interattivi, che considera la mente come un sistema di elaborazione delle informazioni, suddivisa in più sottosistemi mnemonici, i benefici della Mindfulness si spiegano in quanto è in grado di raggiungere le emozioni a livello implicazionale, cioè quelle emozioni che non sono accessibili attraverso un approccio puramente verbale e razionale.

Per spiegare meglio: in questo modello si considera che gli stimoli provenienti sia dall’esterno che dall’interno, possano essere codificati secondo due modalità: proposizionale (cioè “sapere che…”) e implicazionale (cioè “sentire che…”). Dunque, il magazzino della memoria proposizionale, conterrebbe conoscenze che possono essere espresse a livello linguistico, mentre la memoria implicazionale, molto più ampia, immagazzinerebbe esperienze emotive non esprimibili direttamente con il linguaggio.

E’ questo, di fatto, uno degli ostacoli alle terapie verbali, e ciò permette anche di comprendere l’importanza degli approcci non verbali, come ad esempio le tecniche corporee, immaginative o l’arte terapia, che consentono di accedere anche a questi livelli di sè, non esprimibili con la parola.

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Inoltre sappiamo che il cervello reagisce agli stimoli anche in altri modi: utilizza processi di tipo “bottom up”e “top down”. Cioè dal basso verso l’alto, quando

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l’attenzione è richiamata da uno stimolo, come nel caso di un suono inaspettato o di un dolore improvviso. E dall’alto al basso, quando l’attenzione è controllata dalla persona stessa che la indirizza verso un obiettivo specifico.

I processi “bottom up” coinvolgono aree del cervello più antiche, in termini evoluzionistici, come il tronco encefalico. L’attenzione “top-down”, invece, coinvolge meccanismi di controllo associati ad aree di formazione più recente del cervello, come ad esempio la corteccia frontale.

La Mindfulness, come abbiamo visto, insegna a notare e a concedersi tutte le emozioni nel momento stesso in cui vengono provate e a non reagire automaticamente o impulsivamente, ma in modo più consapevole e mirato.

In sintesi, si può dire che la Mindfulness migliori i processi top-down dell’attenzione e bottom-up delle emozioni. L’ipotesi maggiormente supportata dalle ricerche sul cervello è che i benefici della mindfulness siano da attribuire ad una regolazione degli impulsi, dalla corteccia prefrontale al sistema limbico.

I processi “top down” sono anche collegati alla memoria a breve termine, che funziona in modo ottimale quando il “rumore” che circonda gli stimoli, ad esempio le emozioni, viene efficacemente regolato.

Dunque, migliorando l’abilità nel gestire le emozioni, la Mindfulness rende più efficace la memoria a breve termine, ampliando così la capacità del cervello di acquisire nuove informazioni.

E abbiamo già visto come questo aspetto sia particolarmente importante nelle persone che soffrono di ansia e depressione, spesso chiuse in circoli viziosi di pensieri ed emozioni negativi.

Altri studi hanno dimostrato che la capacità di rendere più efficiente la memoria di lavoro, alleggerendo il carico emozionale delle memorie traumatiche, è particolarmente benefica per persone con Disturbo Post – Traumatico da Stress. La pratica della Mindfulness infatti, libera più attenzione da dedicare ad uno spettro più ampio di esperienze, di cui la persona altrimenti, molto probabilmente, si priverebbe.

Altre ricerche in campo neurofisiologico (Davidson, 2003) hanno rilevato che la mindfulness stimola un’attivazione cerebrale nelle aree del cervello associate alla compassione.

Altri studi ancora, hanno mostrato che esiste una correlazione positiva fra consapevolezza delle reazioni fisiche ed emotive, ed empatia.

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Un risultato, questo, importante, non solo per i pazienti, ma anche per i terapeuti. Infatti, si è riscontrato che i terapeuti che meditano, hanno punteggi nettamente superiori rispetto a colleghi che non praticano la meditazione. I benefici riscontrati nella ricerca (Mayr, 2007) includono una maggiore attenzione, un livello più alto di tolleranza delle emozioni del paziente, una maggiore accettazione e un’attitudine più aperta.

E tutto questo, in base a molti studi, sembra riflettersi positivamente non solo sulle capacità empatiche dello psicologo, ma anche sull’alleanza terapeutica, entrambi fattori importantissimi, che incidono per almeno il 30% sulla riuscita del percorso psicologico.

Per quanto riguarda, in particolare, l’utilità della Mindfulness nella cura di sintomi psicopatologici, sembra che i benefici più importanti siano quelli che coinvolgono i processi di regolazione dell’attenzione. Questi, infatti, sono fondamentali nell’elaborazione delle informazioni e sembrano rivestire un ruolo rilevante in molte condizioni di sofferenza psichica.

Ad esempio, le persone con predisposizione all’ansia, percependo il mondo come

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un posto non sicuro, tendono ad essere eccessivamente vigili, ad esaminare continuamente l’ambiente alla ricerca di potenziali indizi minacciosi e, paradossalmente, si distraggono da elementi importanti che potrebbero contraddire le loro aspettative ansiogene.

Analogamente le persone depresse tendono a selezionare le informazioni che confermano la loro visione cupa della realtà e ad accorgersi in misura minore delle esperienze positive, poiché questo richiede un’attenzione più ampia ed aperta.

Ma in generale, l’attenzione è un fenomeno complesso, che è stato studiato dagli psicologi per oltre un secolo. Si possono distinguere, ad esempio, svariate forme di attenzione (come l’attenzione focalizzata, mantenuta, divisa, ecc.). E allenare queste capacità serve ad incrementare la meta-consapevolezza, cioè la “consapevolezza di essere consapevoli”, il sapere che cosa si sta vivendo.

Per indicare questa condizione sono stati utilizzati molti termini ed espressioni: disidentificazione, decentramento, porsi come testimone neutrale, essere uno spettatore imparziale, ecc.

In sintesi, potremmo dire che diversi studi sembrano confermare che i benefici della mindfulness derivino proprio dallo sviluppo delle capacità di meta-cognizione.

Nella Mindfulness ci si esercita a notare le distrazioni e a non farsene coinvolgere e in pratica ciò significa saper “disattivare il pilota automatico” e mettersi in una condizione di “guida consapevole di sè”.

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…work in progress…

Cure naturali, Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Non solo cervello

Per essere abilitati alla professioneopv2 di psicologo, forse non tutti sanno che oltre alla laurea quinquennale, è necessario dedicarsi, gratuitamente, per un anno, ad un tirocinio presso un servizio pubblico, prima di poter affrontare l’esame di stato, per iscriversi, infine, all’Albo degli Psicologi.

Dal momento che, ancora prima di terminare gli studi, avevo lavorato come operatrice di un club di alcolisti in trattamento, una volta laureata, ho avuto la possibilità di essere inserita come tirocinante, presso il Ser.T-2 di Padova, Servizio per le Tossicodipendenze.

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Sede del Ser.T-2 , Via dei Colli – PD

Pur se teoricamente ben preparata, il contatto diretto con la realtà della tossicodipendenza non è stato proprio facilissimo.

Non che mi fossi illusa che diventare psicologa sarebbe stata una cosa diversa. Avevo scelto consapevolmente, per una mia inclinazione naturale (che tuttora persiste) di occuparmi di problematiche sociali che avessero delle componenti psicologiche alla loro base.

Però, uscita dalle aule di studio e dal mondo dei contatti sociali amichevoli degli ambienti universitari, tossico con cane.jpgcerto non mi era semplice rimanere imperturbabile di fronte a persone che, nei loro movimenti, mi sembravano somigliare più a manichini che ad esseri umani, con lo sguardo perso nel vuoto, la mente avvinghiata ad un unico pensiero, il corpo martoriato e ammalato in molte sue parti, le relazioni ridotte a legami violenti e distruttivi o al solo affetto per il proprio altrettanto sfortunato cane, la dignità rasa al suolo. contromano.jpg

Era come se avessero imboccato la strada della propria vita e della propria autorealizzazione in contromano e non riuscissero più, o addirittura non volessero più, invertirne la rotta.

Che le droghe siano un flagello per l’umanità è opinione ampiamente diffusa. Quello che fose non è altrettato risaputo è che, è proprio alla lotta alle droghe e agli studi che ne sono conseguiti, che dobbiamo molto, in termini di conoscenze sulla mente umana e sulla sua mappatura.

Gli anni ’70, quelli in cui Nixon, presidente degli Stati Uniti,

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Richard Nixon, 37° presidente degli USA, 1969-1974

aveva “dichiarato guerra” alle droghe come eroina, cocaina e marijuana, stanziando 6 milioni di dollari a disposizione della ricerca, sono gli anni in cui si sono rese possibili importantissime scoperte, come quella della struttura chimica dei neurotrasmettitori, delle endorfine, dei neuropeptidi e dei loro recettori. In pratica, dell’esistenza di una rete di messaggi biochimici che si estendono a tutto l’organismo.

Ma procediamo con ordine e un passo alla volta, a partire dal 1600.

E’ il 1637 quando Renè Descartes, il filosofo Cartesio,

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Rtratto di Renè Descartes di Frans Hals – Louvre – Parigi

pubblica la sua celebre opera “Discorso sul metodo“, in cui viene a patti con la Chiesa, definendo chiaramente i confini tra scienza e spiritualità e ponendo così le basi per un progresso scientifico privo di ostacoli e di particolari scrupoli morali.

Grazie alla sua brillante intelligenza e cultura filosofica, Cartesio elabora una soluzione di grandissimo successo, tuttora non del tutto tramontata: perchè non suddividere la realtà in due settori che la ragione può distinguere? La “Res cogitans” e la “Res extensa“, ciò che è dotato di consapevolezza  e ciò che è puramente materiale, in modo tale che Chiesa e scienza non interferiscano tra loro.

Nel 1700, i filosofi empiristi confermano e approfondiscono la posizione di Cartesio.

Ma è il XIX secolo che concepisce le grandi personalità che hanno in seguito svelato all’umanità l’esistenza di un mondo psichico più vasto di quello percepibile con lo strumento della sola coscienza: Freud, Jung e altri grandi studiosi e pensatori, uomini e, non dimentichiamolo, donne, dell’epoca, hanno posto le basi della psicologia del profondo.

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1911 – Terzo congresso di Picoanalisi a Weimar – Germania

Siamo così giunti oltre la metà del ‘900.

Come sappiamo, la scienza si basa sulla misurazione e ripetibilità dei fenomeni osservati, e naturalmente la possibilità di misurarli dipende a sua volta dalle tecnologie a disposizione.

A mio parere questo è un aspetto molto importante, che spesso non viene abbastanza considerato: ciò che è inesistente, non reale, in una certa epoca, può diventarlo quando siano creati strumenti sufficientemente sensibili alla sua rilevazione e adeguati alla sua misurazione.

Ed è così che agli inizi del ‘900, la mente umana era considerata un epifenomeno,sn1 cioè un fenomeno conseguente, all’attività del cervello e di tutto il sistema nervoso, visto come un sistema dal funzionamento puramente elettrico. Questo perchè gli strumenti a disposizione della ricerca pemettevano di mettere in evidenza quello che può essere considerato, un po’, lo “scheletro” della mente umana. Ma certo mancavano moltissime altre parti, che la ricerca biochimica, dagli anni ’70 in poi, ha potuto evidenziare.

Ora sappiamo che c’è molto di più: per esempio sappiamo che corpo e mente rappresentano un’unità, che il corpo stesso è dotato di intelligenza e che la mente,pnei nella sua completezza, non può essere localizzata in un luogo preciso. Oggi siamo consapevoli che esiste una rete complessa di messaggi bochimici che collegano fra loro tutti i sistemi e gli organi del corpo, traducendosi in emozioni, motivazioni, aspettative, pensieri, comportamenti, insomma…psiche.

E soprattutto abbiamo finalmente compreso che il modo migliore per promuovere la salute psichica è quello di evitare d’interferire con l’intelligenza del sistema mente/corpo ed eventualmente, di aiutare a rimuovere gli ostacoli al naturale benessere.

Una conquista non da poco e sicuramente, non un punto d’arrivo, ma solo l’inizio di quelle che saranno le future acquisizioni della conoscenza.

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FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

molecole di emozioni

Candace B. Pert (1987), Molecole di emozioni, Ed. TEA, Milano, 2000


PertCandace Pert: neuroscenziata e farmacologa statunitense. Laureata in biologia presso il Bryn Mawr College della Pennsylvania, ha lavorato alla John Hopkins University, al National Institute of Health (NIH) e al National Institute of Mental Health (NIMH) come responsabile della sezione di Biochimica Cerebrale della branca di Neuroscienze Cliniche. E’ stata Professore di Ricerca nel Dipartimento di Fisiologia e Biofisica all’Università di Medicina di Georgetown, Washington DC. Ha dimostrato l’esistenza dei  recettori per gli oppioidi e le endorfine nel cervello. La maggior parte delle sue ricerche hanno riguardato lo studio dei peptidi e dei loro recettori e il ruolo dei neuropeptidi nel funzionamento del sistema immunitario. Ha tenuto conferenze in tutto il mondo su questo tema e sul ruolo delle emozioni nella comunicazione corpo/cervello.


 

 

Psicologia, Cure Complementari, Benessere

Persone – oggetti: il Panopticon, una metafora architettonica per riflettere.

In un libro a mio parere molto interessante, “La terapia come narrazione”, Michael White, terapeuta della famiglia, condivide un’osservazione clinica importante: in diversi casi a cui ha lavorato, le persone sembravano identificare se stesse con il problema che li aveva motivati a rivolgersi a lui, ed avevano difficoltà a distanziarsene per poter riferire quali effetti avesse tale problematica sulla propria vita e sul proprio mondo relazionale. 

A partire da questa osservazione, White riflette su quanto siano diffuse nella società occidentale le tendenze culturali “oggettivanti” nei confronti delle persone e del loro corpo, cioè tutte quelle pratiche per cui le persone vengono incoraggiate ad entrare in relazione con se stesse, con il proprio corpo e con gli altri, come se fossero oggetti

E sul filo di questa riflessione, White ricorda gli studi di Michel Foucault, intellettuale francese, filosofo e sociologo del ‘900, che si definiva “storico dei sistemi di pensiero”, secondo il quale tale tendenza oggettivante sarebbe in relazione con una moderna forma di potere e di controllo sociale. E questo fin dal 1656, in coincidenza con l’apertura dell’ Ospedale Generale di Parigi, con il proliferare di quelle che, secondo Foucault, possono essere definite “pratiche di divisione” e “pratiche di classificazione scientifica”.

A questo proposito, White riporta anche una dettagliata e interessante descrizione e analisi, sempre tratta dagli studi di Foucault, riguardante il “Panopticon”, una forma architettonica ideata dal giurista e filosofo inglese Jeremy Bentham, pochi anni prima del 1800.

Malgrado le buone intenzioni di Bentham, famoso anche per le sue idee a sostegno dei più deboli e animato, sembra, da un sincero intento educativo e formativo, secondo Foucault il Panopticon era in pratica un “modello” particolarmente efficiente ed economico di organizzazione delle persone nello spazio, adatto a poterle facilmente controllare e rendere docili e utili.

Non era del tutto una novità, in quanto riprendeva e perfezionava le caratteristiche di altre strutture già sviluppate, ad esempio in accampamenti militari, monasteri, scuole.

Come forma architettonica , il Panopticon è costituito da un edificio circolare, con un cortile al centro,  o da una serie di edifici sistemati intorno ad un cortile centrale.

 

 

 

L’edificio poteva avere più livelli, ognuno dei quali era suddiviso in piccoli spazi (ad esempio “celle” o “laboratori”, a seconda della natura e degli scopi dell’ organizzazione), con una finestra verso l’esterno, che permetteva l’entrata di luce naturale, e un’ampia apertura in direzione del cortile interno. Nessun’ altra apertura sui lati, dunque nessuna possibilità di comunicazione con gli occupanti delle altre stanze.

Ciascuno di questi singoli spazi si affacciava su una torre di osservazione al centro del cortile, in cui risiedevano, in corrispondenza dei diversi livelli, i guardiani, che potevano avere una visione ininterrotta di tutte le attività che avevano luogo nei singoli spazi.

L’osservazione era facilitata dall’ illuminazione posteriore, per cui le persone erano visibili in netto rilievo, niente poteva sfuggire al controllo. Al contrario, mediante un’ accurata disposizione di porte e finestre, la torre era costruita in modo tale che coloro che si trovavano negli spazi individuali non potessero vedere all’ interno di essa e quindi, non sapendo precisamente quando venissero osservate, non avessero altra alternativa che pensare di essere in ogni momento sotto gli occhi di un guardiano, percependosi come oggetti di uno sguardo onnipresente.

Dunque questo meccanismo di potere aveva l’effetto di indurre le persone ad agire in maniera autolimitante e disciplinata, in modo anche economicamente vantaggioso: non occorrevano molti guardiani, perchè potevano spostarsi da un punto di osservazione ad un altro, e loro stessi dovevano autodisciplinarsi, non sapendo quali, tra i frequentatori della torre, fossero i supervisori…insomma, una macchina efficientissima.

Lo sguardo onnipresente percepito dalla persone che occupavano gli spazi individuali, era uno sguardo “normalizzatore”: gli individui potevano essere classificati, qualificati, misurati, confrontati, differenziati e giudicati secondo le norme stabilite dall’ organizzazione. Le persone si sarebbero sentite costantemente valutate sulla base di queste regole, inoltre la struttura garantiva le condizioni ideali per l’addestramento e la correzione di ogni deviazione dagli standard prefissati. L’ errore, e dunque anche la punizione, non era necessariamente connesso ad un senso etico, ma piuttosto ad un fallimento di performance.

Per di più, l’esistenza di uno schedario ampliava le possibilità di normalizzazione: vite reali venivano trasformate in scrittura, le persone erano “catturate e fissate in una pagina scritta”, si potevano stilare statistiche. Lo schedario, insomma, era uno strumento di formalizzazione dell’individuo, un meccanismo importante in questa nuova forma di controllo. Perchè in tali condizioni i soggetti diventavano costantemente vigili riguardo al proprio comportamento, valutavano tutte le proprie azioni e gesti in base ai desideri dell’organizzazione e qualora individuassero qualche anomalia o deviazione nella propria condotta, erano indotte a rivolgersi al proprio corpo e a se stessi come a un oggetto e ad impegnarsi in operazioni disciplinari e correttive per rendersi docili. Diventavano in sostanza guardiani di se stessi, oggetto della popria sorveglianza e, paradossalmente, principio della propria sottomissione

Non solo ogni persona si sentiva controllata in ogni momento in relazione alle regole e alle norme dell’organizzazione, ma era anche isolata nella sua esperienza, non poteva confrontarsi con altri, generare conoscenze alternative, creare coalizioni, non poteva in pratica sottrarsi e ribellarsi. Il “contropotere” era così efficacemente neutralizzato. Si può dire che il Panopticon fosse un modello di riuscita, completa ed economica sottomissione delle persone.

Foucault contrappone questo schema di moderno potere al potere più antico, in cui il sovrano imprimeva nel popolo la sua volontà, spesso attraverso costosissime cerimonie e spettacoli, volgendo il riflettore su di sè. Al contrario, nella forma di potere più moderno, la fonte del controllo è invisibile ai soggetti, sono loro stessi a trovarsi sotto il riflettore,  ad essere sempre visibili, e questo è molto più economico ed efficace. In pratica si sostituisce un potere che si manifesta attraverso lo splendore di chi lo esercita, con un potere che insidiosamente oggettivizza coloro su cui si applica. (Foucault 1979). 

Il Panopticon si presta duque ad essere la metafora di un meccanismo nel quale tutte le persone sono allo stesso tempo oggetto e strumento o veicolo del potere. E’ una macchina in cui ciascuno è “afferrato”, sia quelli che esercitano il potere sia quelli su cui il potere viene esercitato.

Come forma architettonica, forse non ha avuto la diffusione che Bentham si sarebbe augurato, ha costituito un modello per lo più solo per ospedali e prigioni. Se ne possono trovare comunque esempi, anche abbastanza recenti, in molte parti del mondo (ad esempio Cuba, India, Cina, Londra, Germania dell’ Est, Stati Uniti).

Anche noi, in Italia, abbiamo avuto il nostro Panopticon: il carcere borbonico di Santo Stefano,

 

nell’isoletta omonima di fronte a Ventotene, recentemente proposto come “simbolo della cultura e dell’ identità europea da recuperare“,  il cui rdomandaestauro, la cui “riconversione degli spazi accessori in locali che possano ospitare incontri e convegni, nonché una scuola ‘di Alti Pensieri‘ da aprire ai giovani della futura classe dirigente europea” , arricchiti anche dalla costruzione di un approdo e di un eliporto, sono già iniziati, ed una prima fase di conclusione dei lavori è prevista per il 2020. Lo scopo è quello di trasformare l’antico carcere “in una “foresteria dove formare l’elite della classe dirigente che governerà l’Europa nei prossimi decenni“. (Fonte: ansa.it)

E si sta pensando ad un restauro anche per il padiglione Conolly dell’ ex ospedale psichiatico San Nicolò di Siena, anch’ esso ispirato al progetto di Bentham per il monitoraggio costante dei pazienti. (Fonte: iluoghidelcuore.it)

 

Tuttavia, secondo Foucault, l’ idea che fosse possibile e desiderabile “formare”, “disciplinare”, controllare socialmente le persone attraverso l’azione anonima e automatica del potere, è sopravvissuta ed è stata abbracciata al di là della semplice aplicazione architettonica.

La tecnologia del potere e l’oggettivazione delle persone e del loro corpo, com’era stata proposta nel Panopticon, è stata globalmente installata al servizo dell’economia. “Gestire l’aggregazione degli uomini era necessario per l’accumulazione di capitale, per il decollo economico dell’Occidente” (Foucault, 1979). Questa tecnolgia avrebbe reso possibile la nascita del capitalismo, così come delle scienze umane: “…le discipline caratterizzano, classificano, specializzano; distribuiscono lungo una scala, intorno a una norma, stabiliscono gerarchie tra gli indvidui e, se necessario, squalificano e invalidano” (Foucault, 1979).narrazione1

Tornando al libro di White, “La terapia come narrazione“, ho letto questa sua digressione sul Panopticon con molto interesse e soprattutto…con molte inaspettate associazioni di idee.

Toglietemi una curiosità: solo a me vengono in mente alcuni aspetti della realtà attuale o della storia dell’ ultimo secolo? Dico alcuni, non tutti naturalmente, non sono sostenitrice di una visione paranoica e complottistica della società e non incito alla ribellione inconsapevole, che non è altro che l’altra faccia della stessa medaglia. Non sottovaluto nemmeno i molti aspetti positivi del periodo attuale.

Ma mentre leggevate, la vostra mente non è scivolata spontaneamente ad alcune analogie, anche semplici e immediate, con immagni o contenuti di documentari storici, notizie del telegiornale, programmi televisivi di intrattenimento, aspetti della scienza, della salute, della politica, dell’ economia, del mondo del lavoro, della società in generale?

 

Ecco, parlando di attualità, in un’epoca in cui spesso ci si confronta con la “norma” nel fisico e nella psiche,

 

guardandoci dall’esterno come fossimo “oggetti“,

 

più o meno adeguati, più o menoutili“, utilefioreperdendo a volte il senso e il gusto del vivere in base ad una semplice deviazione dagli “standard” dominanti, io credo sia importante, importantissimo, riprendere il contatto con noi stessi e consapevolizzare il valore della nostra unicità.       

E più strettamente riguardo alla psiche, in un periodo in cui, di fronte a malesseri come depressione, ansia, attacchi di panico o disorientamento esistenziale solo per citarne alcuni, la risposta più comune è quella che porta a mettere a tacere i sintomi e a norpsicofarmacimalizzare i livelli dei neurotrasmettitori con un intervento esterno, ricorrendo a psicofarmaci, io credo che non sempre questa sia una via necessaria o la più utile, e che a volte valga la pena di ascoltare le esigenze e i messaggi più profondi della nostra psiche, regalarle del tempo per dialogare con le immagini che abitano dentro di noi, diventare consapevoli di ciò che siamo più integralmente.

Almeno un dubbio, secondo me, uno spunto di riflessione, vale la pena di averlo. Spingendo l’arte del dubbio e della rifessione oltre le “norme dominanti”, una cosa è sicura: non si fa “peccato”, non si danneggia nessuno…possiamo permettercelo.

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FULVIA GABRIELI – PSICOLOGA

Bibliografia

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White, M. (1992), La terapia come narrazione, proposte cliniche, Roma, Asrolabio

Foucault, M. (1965), Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 1979

Foucault, M. (1971), Microfisica del potere, Torino, Einaudi, 1977

Foucault, M. (1973), Nascita della clinica, Torino, Einaudi, 1977

Foucault, M. (1973), Sorvegliare e punire, Torino, Einaudi, 1976


White1Michael White: si è formato in Australia come terapeuta sistemico, è stato il direttore del “Family Therapist Dulwich Centre” di Adelaide. E’ considerato il fondatore della Psicoteapia Narrativa

 

 


foucault michelMichel Foucault: filosofo, sociologo, storico della filosofia, storico della scienza, accademico e saggista francese. E’ considerato un intellettuale di spicco ed un  grande pensatore del XX secolo. Autore di importanti opere, fu docente, negli anni ’70, al College de France.